Il 1° ottobre 1860 l’Italia ancora non c’era, ma già si comportava come se fosse nata. Garibaldi, in camicia rossa e con quell’aria da uomo che non conosce esitazioni, aveva messo piede a Napoli pochi giorni prima. La città gli si era consegnata come a un liberatore. Lui, senza perdersi in cerimonie, si era proclamato dittatore dell’Italia meridionale, “in nome di Vittorio Emanuele II”. Formula breve, ma chiarissima: l’impresa era più grande dell’uomo, ma toccava a lui condurla. Napoli era caduta quasi senza resistenza. Non perché Garibaldi fosse onnipotente, ma perché il potere borbonico puzzava già di muffa. Eppure il regno non era morto del tutto. A nord, lungo il Volturno, il generale Ritucci teneva ancora un esercito numeroso e, almeno sulla carta, superiore a quello dei volontari.
Prendere una capitale tra gli applausi è un conto; affrontare un esercito regolare è un altro. Sul Volturno non c’erano cori né scenografie patriottiche: lì si decideva se l’Italia avrebbe avuto una vittoria o se i Borbone avrebbero rialzato la testa. Garibaldi lo capì subito. Mise in riga i suoi uomini composti da contadini, studenti e artigiani. E li mandò all’attacco. Fu una battaglia vera: dura, disordinata, sporca. I garibaldini combattevano con entusiasmo, ma l’entusiasmo non fa disciplina.
Tuttavia i borbonici non erano meno determinati: difendevano un mondo che stava franando sotto i loro piedi. Il fumo dei fucili copriva il campo, le urla si mescolavano al frastuono delle armi. Garibaldi correva di reparto in reparto, urlava, batteva le mani sulle spalle dei suoi, dava ordini secchi. Non era un Napoleone, ma aveva il dono di far credere a tutti che nulla fosse impossibile. La lotta si ridusse a un groviglio di assalti e contrattacchi. Quando i garibaldini parvero sul punto di crollare, arrivarono i rinforzi piemontesi. Che, per raccontare la verità, erano pochi, ma sufficienti a mutare l’equilibrio. Da quel momento, la spedizione dei Mille smetteva di essere soltanto un’avventura di volontari e diventava un anticipo dell’Italia che sarebbe venuta con un esercito regolare.
I Borbone combatterono bene, questo va detto. Non scapparono. Ma persero. La linea del Volturno segnò il confine tra un regno finito e un Paese che nasceva. Le perdite furono pesanti e la resa non fu immediata. Ma alla sera del 1° ottobre la vittoria era chiara. Dopo il Volturno la strada era spianata. A Teano, poche settimane più tardi, Garibaldi consegnò il Sud al Re. Non senza dolori e contraddizioni, ma in modo irreversibile. Così, quella giornata entrò nel Risorgimento non solo come una battaglia, ma come un simbolo: la fine di un mondo e l’inizio di un’idea. Garibaldi non vinse soltanto uno scontro militare: aprì un capitolo. E i capitoli che apriva il generale in camicia rossa, nessuno era più in grado di chiuderli.
Stefano Poma
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