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Il folle volo di D’Annunzio su Vienna

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Nell’agosto del 1918, dopo oltre tre anni di carneficina, il fronte italiano si era come pietrificato sul Piave. Da una parte, le nostre trincee; dall’altra, al di là del fiume, quelle degli austriaci, ormai stanchi e sfilacciati come il loro impero. Era l’ultima estate di guerra. Gli Imperi Centrali, gonfi di retorica, cominciavano a dare segni di cedimento.

In Italia, intanto, si rimetteva in moto la macchina della propaganda, quella che, insieme alla baionetta e al cannone, aveva lo scopo di tenere alto il morale e di raccontare al Paese che la vittoria era vicina. L’occasione arrivò quando il Comando Supremo e il governo decisero di dare il via libera a un’idea che Gabriele D’Annunzio, il Poeta soldato, covava da mesi: un volo su Vienna. Non un’azione militare in senso stretto, ma un colpo di teatro, un’operazione destinata a entrare nei libri di Storia e a infiammare la fantasia del pubblico.

All’alba del 9 agosto, dall’aeroporto di Treviso si alzarono in volo undici apparecchi della squadriglia “Serenissima”, di cui uno appositamente adattato per ospitare il poeta. Con sé, D’Annunzio portava 390.000 volantini, stampati in due lingue: l’italiano e il tedesco. Quarantamila riportavano un suo messaggio, vibrante e lirico, un misto di minaccia e di seduzione; gli altri erano stati redatti da Ugo Ojetti. Giornalista e uomo di penna sottile, Ojetti conosceva bene l’arte della parola ed era stato perfino lusingato dal generalissimo Luigi Cadorna.

La rotta verso Vienna non era una passeggiata. I velivoli, leggeri e fragili come libellule, dovevano attraversare le linee nemiche, rischiare l’attacco delle mitragliatrici, della contraerea e infine penetrare nel cuore della capitale asburgica. Solo sette degli undici apparecchi giunsero a destinazione. E, fra questi, c’era quello di D’Annunzio. Il poeta, fedele al suo ruolo di protagonista assoluto, aprì il portellone e lasciò cadere sul cielo di Vienna la sua pioggia di volantini, che si sparpagliarono come farfalle di carta sopra i tetti, i viali e le piazze della città imperiale. Gli italiani dimostrarono di essere i padroni del cielo.

Scriveva il 19 agosto Gabriele D’Annunzio a Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», al quale affidava, alla vigilia di ogni missione rischiosa, il suo testamento, nominando ogni volta l’amico come esecutore testamentario:

“Mio carissimo, sapevo quale fosse il tuo sentimento, in quei giorni d’ansia, e temevo di parlarne con te. Quando m’incontrasti avevo la febbre. Il 2 agosto partii per il primo tentativo con la febbre a 38 e 5. Poi, a poco a poco, mi sentii meglio. Non vivevo se non di volontà; e nulla mi toccava. Il 7 venne l’ordine di rinunziare all’impresa! Chiesi 48 ore al generale Badoglio, supplicando. Me lo accordò. Partii il dì 8, e dovetti tornare indietro. Il 9 sentii che nulla avrebbe potuto impedirmi di andare fino a Vienna. Feci giurare Palli e altri quattro compagni. Arrivammo. Certo, io debbo raccontare i miei giorni, ma li racconterò in una maniera intima, con la mia visione particolare. E il racconto sarà per i miei compagni più che per il pubblico. Sarà adatto al «Corriere»? giudicherai tu. In ogni caso ne farò un libretto come per la Beffa”.

Stefano Poma


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