Il secolo russo mancato

Il secolo russo mancato Federico Bianchi

di Federico Bianchi

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Per comprendere lo sviluppo storico della Russia è necessario partire dalla sua geografia. L’immensità del territorio, il più vasto del mondo e attraversato da undici fusi orari, ha influenzato profondamente la struttura politica, economica e sociale del Paese. Prima dell’avvento delle moderne comunicazioni, la gestione di uno spazio così esteso richiese un forte potere centrale capace di mantenere l’unità dello Stato. Sebbene gli Urali siano tradizionalmente considerati il confine tra Europa e Asia, essi costituiscono una barriera naturale piuttosto modesta. Gran parte del territorio russo si trova infatti in Asia, ma il nucleo originario dello Stato e della popolazione si sviluppò nella Moscovia e nell’Ucraina.

Da queste regioni prese avvio una continua espansione territoriale, alimentata dalla necessità di accedere ai mari aperti e dalla cosiddetta “fame di terra” che caratterizzò la Russia zarista. L’espansione si rivolse soprattutto verso est, dove la resistenza delle popolazioni locali risultava limitata. La Russia entrò relativamente tardi nella storia europea moderna. Fu soprattutto con Pietro il Grande che il Paese iniziò un processo di modernizzazione e divenne una potenza di primo piano negli affari europei. Tuttavia, nel XIX secolo la Russia rimaneva ancora arretrata rispetto alle principali nazioni occidentali. Questa situazione alimentò un intenso dibattito culturale tra occidentalisti e slavofili. I primi sostenevano la necessità di seguire il modello europeo fondato sul progresso, la scienza e le libertà individuali; i secondi ritenevano invece che la Russia possedesse una missione storica autonoma, fondata sulla propria tradizione religiosa e culturale.

Dallo slavofilismo nacque il panslavismo, che attribuiva alla Russia il compito di guidare tutti i popoli slavi. Sebbene vi fossero sincere manifestazioni di solidarietà verso le popolazioni soggette agli imperi asburgico e ottomano, il richiamo all’unità slava venne spesso utilizzato come strumento dell’espansionismo russo. L’espansione territoriale portò all’incorporazione di numerosi popoli diversi. In molte regioni furono adottate politiche di russificazione volte a favorire l’assimilazione delle minoranze. Le difficoltà furono particolarmente evidenti nelle aree occidentali dell’impero, dove erano presenti nazionalità con una forte identità culturale, come i polacchi e i popoli baltici. Anche in Finlandia e nel Caucaso si svilupparono tensioni dovute ai tentativi di integrazione forzata. Particolare fu la condizione degli ebrei, circa cinque milioni di persone soggette a restrizioni legali e vittime di frequenti discriminazioni. I pogrom e l’antisemitismo incoraggiato dalle autorità spinsero molti di loro a emigrare verso il Nuovo Mondo. Sul piano politico e sociale, nella seconda metà dell’Ottocento emerse il populismo russo. Ispirato dalle idee di Aleksandr Herzen, esso proponeva di fondare il progresso del Paese sulla comune agricola tradizionale (obščina), cercando una sintesi tra modernizzazione e tradizione.

Successivamente Pëtr Lavrov sviluppò il movimento in senso più politico, attribuendo agli intellettuali il compito di educare le masse contadine. Il fallimento di questa strategia e la dura repressione zarista favorirono la nascita di organizzazioni rivoluzionarie come Zemlja i Volja (“Terra e Libertà”), che nel 1879 si divise in due correnti: Čërnyj Peredel, orientata alla propaganda, e Narodnaja Volja, favorevole alla lotta armata. Quest’ultima organizzò l’attentato che portò all’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881. Dalla crisi del populismo nacquero le principali correnti rivoluzionarie russe. Georgij Plechanov introdusse il marxismo, contribuendo alla formazione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, mentre l’eredità populista sopravvisse nei futuri socialisti rivoluzionari. Questi movimenti avrebbero profondamente influenzato la storia della Russia nel XX secolo.


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