di Riccardo Palazzo
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Non esiste guerra senza uomini, ma esistono guerre che cancellano l’uomo. La Grande Guerra fu una di queste. Non perché mancassero i soldati (ce n’erano milioni) ma perché, per la prima volta, il singolo venne inghiottito da qualcosa di più grande di lui: una macchina che non aveva volto, non aveva voce e soprattutto non aveva pietà. Fino ad allora la guerra era stata raccontata come un fatto umano, aveva nomi, episodi, eroi, si poteva ancora descrivere; nella Grande Guerra, invece, la guerra smette di essere narrabile e diventa esperienza, non si capisce più, si subisce.
Il soldato che parte nel 1915 porta con sé una guerra che non esiste più, quella dei racconti di famiglia, delle cariche, delle bandiere, delle battaglie che cominciano e finiscono nello stesso giorno, ma quella guerra è già morta, anche se nessuno glielo ha detto, e al suo posto ne trova un’altra, lenta, immobile, fatta di attese e di colpi che arrivano senza che si veda chi li ha sparati. Non combatte contro un uomo, combatte contro una condizione. La trincea diventa la sua casa, la sua prigione, il suo mondo, e lì dentro impara che il coraggio non è avanzare ma restare, che la paura non è un incidente ma una compagna, che il nemico non è sempre odioso ma spesso è soltanto un altro uomo che ha avuto la sua stessa sorte. È in questo spazio ristretto che il soldato perde l’idea della guerra e ne acquista una conoscenza più vera, quella del corpo: la fame, la sete, il sonno mancato, il battito che accelera senza motivo apparente, il rumore che non smette mai, l’odore che non se ne va, tutto ciò che nei libri non entra ma che nella guerra pesa più delle strategie.
E poi c’è la mente, perché la guerra non spezza tutti nello stesso modo: c’è chi resiste, chi si abitua, chi si indurisce, e c’è chi si rompe, non per mancanza di coraggio ma perché il corpo e la mente hanno un limite e la guerra spesso lo supera; quando questo accade il soldato non è più utile e quando non è più utile smette di interessare. Torna a casa, se torna, e trova un mondo che non lo riconosce, ha imparato a vivere nella guerra ma nessuno gli ha insegnato a uscirne, e così se la porta dentro anche quando il silenzio ha preso il posto dei cannoni.
Questo pamphlet non racconta la guerra, racconta il soldato, non quello delle parate, delle fotografie o delle commemorazioni ma quello vero, sporco, stanco, impaurito, resistente, non un eroe, non una vittima ma un uomo, e forse è proprio questo che della Grande Guerra si è capito meno: che dietro ogni linea, ogni offensiva, ogni parola scritta nei libri c’era qualcuno che non sapeva nemmeno perché si trovasse lì e che spesso non lo ha capito nemmeno dopo.
Stefano Poma
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