Quando i tedeschi, nell’estate del 1941, piombarono oltre il Dnipro e si gettarono sull’Ucraina, non lo fecero per portare libertà o emancipazione. Loro stessi non si nascosero dietro parole altisonanti: l’Ucraina, per il Terzo Reich, era semplicemente una terra da spartire, sfruttare e, se necessario, svuotare. Così, in poche settimane, il territorio conquistato fu ridotto a un mosaico amministrativo: la Galizia, incorporata nel Governatorato Generale con capitale Cracovia; il Reichskommissariat Ukraine, che comprendeva Volinia, Polesia, le regioni della riva destra del Dnipro, Poltava e Zaporižžja; infine, la vasta Zona militare sotto comando diretto della Wehrmacht. Tre governi diversi, una sola logica: quella della spietatezza.
In Galizia, però, la spietatezza aveva un volto diverso. Hans Frank, governatore del Governatorato Generale, era il tipico burocrate hitleriano, freddo e feroce. Ma sul posto, a Leopoli, i tedeschi avevano insediato un aristocratico austriaco, Otto Wächter, il quale conosceva bene la regola che i vecchi Asburgo avevano insegnato: per dominare i popoli dell’Impero bisognava dividerli. E siccome i polacchi erano il nemico storico da tenere sotto controllo, gli ucraini furono trattati con un occhio di riguardo. Fu in questo clima che prese corpo, nell’aprile 1943, la creazione della Divisione Galizia delle Waffen-SS.
Non era un reparto qualunque. Era il tentativo, da parte dei tedeschi, di incanalare l’energia nazionalista ucraina in una struttura militare al loro servizio. Il nome “Galizia” era stato scelto con cura: evocava orgoglio, identità, persino l’illusione di uno Stato. Molti vi si arruolarono di loro volontà, altri furono costretti. Alcuni credevano di combattere per la libertà dell’Ucraina, altri solo per sopravvivere, altri ancora per vendicarsi dei polacchi o dei sovietici. In realtà, la Divisione Galizia fu impiegata soprattutto in operazioni antipartigiane, dove si confuse spesso la lotta militare con la repressione brutale delle popolazioni civili.
Il battesimo del fuoco avvenne a Brody, il 13 luglio 1944. Lì, fra le colline e i campi galiziani, l’Armata Rossa sfondò le linee tedesche e accerchiò l’intera divisione. Fu una carneficina. Dei tredicimila uomini che la componevano, appena un terzo riuscì a salvarsi. Per i tedeschi, la divisione non era che carne da cannone: i superstiti furono rapidamente rimpiazzati con prigionieri di guerra e lavoratori forzati ucraini. Eppure, nonostante le perdite e le delusioni, la Divisione Galizia non scomparve: continuò a combattere fino al 1945, quando si arrese agli americani e agli inglesi in Austria, a Graz.
Qui comincia un altro capitolo della sua storia. Perché quei soldati ucraini, che avevano vestito la divisa delle SS, non furono riconsegnati all’Unione Sovietica, almeno non tutti. Molti riuscirono a rifugiarsi in Canada, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. E per decenni, la memoria della Divisione Galizia rimase sospesa fra condanna e giustificazione: per i sovietici era un’armata di traditori e collaborazionisti; per alcuni nazionalisti ucraini, invece, fu il primo, maldestro tentativo di avere una forza militare autonoma, pur sotto le insegne del Reich. La verità, come sempre, sta nel mezzo: quei soldati combatterono sotto una bandiera non loro, servirono un padrone che li disprezzava, e pagarono con la vita un’illusione.
Ben diverso era il destino dei territori compresi nel Reichskommissariat. Qui la maschera tedesca cadde subito. All’inizio, i nazisti avevano promesso libertà di religione e di lavoro, ottenendo qualche simpatia. Ma presto il volto reale dell’occupazione si rivelò: l’Ucraina era solo un granaio da sfruttare, e un serbatoio di braccia da deportare. Kyiv fu affamata, altre città ridotte all’inedia. Nei villaggi, i raccolti venivano requisiti per la Germania. Fra il 1942 e il 1943, circa due milioni di ucraini furono trascinati nei campi di lavoro tedeschi, dove lavorarono come schiavi. E quando, nel 1944-45, tornarono a casa, non trovarono accoglienza ma sospetto: Stalin li marchiò come collaborazionisti e li mandò a morire nei Gulag.
Il Novecento, insomma, aveva destinato all’Ucraina un ruolo ingrato: essere terra di conquista, pascolo per imperi, campo di battaglia per ideologie che non le appartenevano. E la Divisione Galizia — nata da un’illusione, sacrificata in una carneficina, dispersa ai quattro venti — rimane l’emblema di questa tragica ambiguità: un popolo che voleva la sua indipendenza, ma che finì sempre per combattere le guerre degli altri.
Stefano Poma
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