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La guerra contro la Spagna del 1898 che trasformò gli Stati Uniti in una potenza mondiale

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di Marco Cimmino

Nel 1898 la guerra contro la Spagna cambiò il destino degli Stati Uniti. Dall’esplosione della Maine alla conquista di nuovi territori, una breve guerra segnò la fine dell’isolamento americano e l’ingresso di Washington tra le grandi potenze mondiali.

Alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti erano già una grande nazione, ma non ancora la potenza mondiale che avrebbero imparato a conoscere – e qualche volta a temere – gli europei. Avevano combattuto la loro guerra civile, conquistato il West, sconfitto e confinato le popolazioni native. Restava però un oceano da attraversare. Lo attraversarono nel 1898, scegliendo come avversario ciò che rimaneva del vecchio Impero spagnolo.

La Spagna era ormai l’ombra della potenza che per secoli aveva dominato mari e continenti. Aveva perduto gran parte dei possedimenti americani e conservava Cuba, dove da tempo era in corso una lotta per l’indipendenza. Per Washington quell’isola aveva un difetto geografico imperdonabile: si trovava troppo vicina alla Florida per essere ignorata. Gli interessi economici e strategici americani nei Caraibi erano ormai considerevoli e la rivolta cubana offriva un’occasione formidabile. Mancava soltanto il motivo per fare la guerra.

Arrivò il 15 febbraio 1898. Nel porto dell’Avana esplose la USS Maine, nave da guerra americana inviata a Cuba ufficialmente per proteggere cittadini e interessi statunitensi. Morirono più di duecentocinquanta uomini. Le cause dell’esplosione non erano chiare, ma per una parte della stampa americana non occorreva aspettare le perizie. La Spagna diventò immediatamente il colpevole. Era l’epoca del cosiddetto yellow journalism, il giornalismo sensazionalistico che aveva capito una cosa destinata a diventare modernissima: prima ancora delle guerre bisogna conquistare l’opinione pubblica.

“Remember the Maine!” divenne il grido del momento. Il presidente William McKinley inizialmente esitò, mentre Theodore Roosevelt apparteneva alla schiera di coloro che vedevano nello scontro una grande occasione nazionale. Nell’aprile del 1898 gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Spagna.

Fu una guerra breve. Talmente breve da sembrare quasi una dimostrazione più che un conflitto tra grandi potenze. Gli americani combatterono a Cuba, ma lo scontro si allargò rapidamente ben oltre i Caraibi. La Spagna venne sconfitta e il trattato di Parigi del dicembre 1898 certificò qualcosa di assai più importante della semplice vittoria militare.

Gli Stati Uniti ottennero Porto Rico e Guam e assunsero il controllo delle Filippine, mentre Cuba uscì formalmente dal dominio spagnolo entrando però nell’orbita americana. Era cambiata la geografia politica degli Stati Uniti. Washington non guardava più soltanto verso il proprio continente: entrava nei Caraibi e soprattutto nel Pacifico.

Ed è questo il vero significato del 1898. La guerra ispano-americana fu piccola per durata e dimensioni, enorme per conseguenze. Gli Stati Uniti scoprirono che la loro forza economica poteva diventare potenza militare e che la potenza militare poteva trasformarsi in influenza politica. Il vecchio isolamento cominciava a stare stretto.

Nel Pacifico, però, avanzava contemporaneamente un’altra potenza: il Giappone. Le rispettive sfere d’interesse avrebbero finito inevitabilmente per incontrarsi. Quarantatré anni dopo, a Pearl Harbor, quell’incontro sarebbe diventato uno scontro. Nel 1898 nessuno poteva ancora saperlo. Ma l’America aveva messo piede sul palcoscenico mondiale. E, come avrebbe dimostrato il Novecento, non aveva alcuna intenzione di uscirne.

Marco Cimmino


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