di Fernando Gallone
Il robot che avrebbe aggredito un uomo? Una storia molto diversa da come è stata raccontata. Dietro il video virale c’è un robot telecomandato. Ma la vera notizia è un’altra: quanto siamo ancora capaci di distinguere i fatti dalle bufale?
Questo è lo stesso modello di robot che, secondo Repubblica e altre testate italiane, avrebbe aggredito un cliente colpevole di averlo spinto. La notizia, naturalmente, ha fatto il giro della rete e sotto i post sono comparsi centinaia di commenti che sembravano usciti da un film di fantascienza degli anni Settanta: i robot si stanno ribellando, l’intelligenza artificiale prenderà il potere, presto saremo noi a servire le macchine. Giuro, ho letto commenti sinceramente disperati, scritti da persone convinte di trovarsi davanti alla prima avvisaglia della rivolta delle macchine. Peccato che la realtà sia molto meno cinematografica e, forse proprio per questo, molto più interessante.
Il robot che vedete si trova in un negozio di New York. È lo stesso modello protagonista del filmato diventato virale e ha una caratteristica piuttosto importante che sarebbe stato opportuno verificare prima di costruirci sopra l’ennesimo racconto sull’intelligenza artificiale impazzita: è telecomandato. Non decide autonomamente di passeggiare per il negozio, non sviluppa improvvisamente sentimenti di vendetta e soprattutto non si offende se qualcuno gli mette le mani addosso. Dietro i suoi movimenti c’è un essere umano, un operatore che lo controlla a distanza. Il video rilanciato da Repubblica ha quindi tutta l’aria di essere una burla organizzata dai ragazzi del negozio, probabilmente con uno scopo semplicissimo e antichissimo: farsi pubblicità. E bisogna riconoscere che, se era questo l’obiettivo, l’operazione è riuscita magnificamente.
Il problema, però, non è il negozio. Non sono nemmeno i ragazzi che possono essersi divertiti a mettere in scena una piccola provocazione destinata ai social. Il problema siamo noi, o almeno quella parte di noi che sembra aver rinunciato completamente a verificare ciò che legge. Basta un titolo, un video di pochi secondi, magari una didascalia abbastanza allarmistica, e immediatamente una storia diventa vera. Non occorrono fonti, spiegazioni o verifiche. Se compare sullo schermo di uno smartphone deve essere accaduto davvero. E più la notizia è assurda, inquietante o scandalosa, più facilmente viene condivisa. È questo l’aspetto sconfortante della vicenda. Non il robot che avrebbe reagito a uno spintone, ma le centinaia di esseri umani che non hanno sentito nemmeno per un momento il bisogno di chiedersi se ciò che stavano guardando fosse autentico. È un meccanismo che vediamo continuamente. Succede con l’intelligenza artificiale, con la politica, con la medicina, con la storia, con le guerre, con l’economia.
Una fotografia viene tolta dal suo contesto, un filmato viene tagliato, una dichiarazione viene attribuita a qualcuno che non l’ha mai pronunciata e nel giro di poche ore la falsità diventa patrimonio comune. Poi arriva magari una smentita, quando ormai non interessa più a nessuno. Perché la bugia ha una qualità che la verità spesso non possiede: è spettacolare. La verità, invece, nella maggior parte dei casi è tremendamente noiosa. In questo caso la versione spettacolare racconta di un robot che comincia a ribellarsi agli esseri umani; quella prosaica racconta di un apparecchio telecomandato e di qualcuno che probabilmente ha organizzato una scenetta. Indovinate quale delle due farà più visualizzazioni. Naturalmente la responsabilità non può essere scaricata soltanto sui lettori.
Chi fa informazione dovrebbe avere ancora qualche obbligo in più rispetto a chi scorre distrattamente Facebook durante la pausa pranzo. Verificare una notizia prima di pubblicarla dovrebbe essere il minimo sindacale del mestiere giornalistico, soprattutto oggi che una sciocchezza può raggiungere centinaia di migliaia di persone in poche ore. Ma esiste anche una responsabilità individuale. Abbiamo a disposizione una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare e, paradossalmente, sembriamo sempre meno capaci di distinguere un’informazione da una suggestione. Abbiamo tutto il sapere del mondo dentro una tasca, ma spesso non troviamo trenta secondi per controllare se quello che stiamo condividendo sia vero. È anche da episodi apparentemente insignificanti come questo che si misura il livello culturale di un Paese. L’analfabetismo funzionale non significa necessariamente non saper leggere o scrivere.
Significa anche leggere senza comprendere davvero, non riuscire a valutare criticamente un’informazione, non distinguere una fonte attendibile da una bufala, una notizia da una messinscena, un fatto da una nostra paura. E allora forse dovremmo preoccuparci meno del giorno in cui i robot diventeranno abbastanza intelligenti da dominare gli uomini e un po’ di più del giorno, già arrivato, in cui gli uomini sembrano disposti a credere a qualsiasi cosa venga mostrata loro su uno schermo. Il robot di New York, almeno, ha una scusante: qualcuno lo telecomanda. Noi, teoricamente, dovremmo ancora essere capaci di pensare con la nostra testa. Ed è proprio questo che, leggendo certi commenti, comincia a preoccupare. Che pena.
Fernando Gallone
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