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La Rivoluzione Francese non portò solo ghigliottine, marce, e proclami. Portò anche, almeno nelle intenzioni, un’idea nuova: quella che gli uomini — e, si sottolinea, gli uomini — nascessero liberi e uguali. Una novità? Sì, ma con riserva. Perché dietro la solennità della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, approvata il 26 agosto 1789, si nascondeva una clamorosa dimenticanza: la metà femminile del genere umano. Di cittadine, nella patria dei Lumi, non se ne parlava. Le donne, fino ad allora, avevano avuto un compito chiaro: essere madri, mogli, figlie. Nessuno aveva chiesto loro se questo ruolo fosse una scelta o una condanna.
Semplicemente, era così. Lo dicevano i filosofi, lo ribadivano i preti, lo insegnavano i padri alle figlie e i mariti alle mogli. Persino Rousseau, che scriveva dell’educazione nell’Émile, metteva la donna al posto che riteneva naturale: dietro l’uomo. Non al fianco, non davanti. Dietro. La società dell’Ancien Régime non dava alle donne né voce né volto politico. Erano “cittadini passivi”, utili solo a mettere al mondo quei figli maschi che avrebbero poi goduto di diritti, di potere e di parola. Le donne, no. Dovevano accontentarsi di saper cucire, obbedire, tacere. Oppure, se povere, accettare lavori logoranti in fabbrica per salari da fame. E come se non bastasse, portare sulle spalle il peso di una morale che le puniva se non erano spose o madri, e le marchiava come reiette se erano figlie illegittime.
Eppure, proprio in quel 1789 che pareva l’anno delle promesse universali, qualcosa cominciò a muoversi anche per loro. Circolavano pamphlet, fogli clandestini, appelli scritti da donne che, per la prima volta, rifiutavano il silenzio. Alcune chiedevano istruzione, altre un salario dignitoso. Altre ancora, come la misteriosa “Madame B.B.”, andavano oltre: pretendevano libertà, rappresentanza, cittadinanza. Le richieste non erano velleitarie. Inviavano delegazioni agli Stati Generali, si univano in club politici, firmavano petizioni. Una proposta, firmata dalle Dames Françoises, chiedeva addirittura la creazione di un’assemblea femminile parallela a quella degli uomini. Forse un’utopia, ma certo una rivoluzione nella rivoluzione.
Il 26 agosto 1789 segnò il punto di partenza, non l’arrivo. Se gli uomini francesi gridavano “Liberté, Égalité, Fraternité”, le donne cominciavano a sussurrare — e poi a urlare — un’altra parola: “Citoyenneté”. Non più servitrici del potere, ma aspiranti protagoniste. E il fatto che il potere non volesse ascoltarle non bastò a farle tacere. Da quel giorno, la Storia dovette cominciare a fare i conti con loro. E non avrebbe più potuto permettersi di ignorarle impunemente.
Stefano Poma
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