di Stefano Poma
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Leo Longanesi fu uno di quegli uomini che passano una vita intera a sfuggire alle definizioni. Lo chiamarono fascista, antifascista, conservatore, liberale, reazionario, anarchico. Avevano tutti un po’ ragione e tutti completamente torto. Longanesi non apparteneva a nessuna categoria perché apparteneva soltanto a se stesso. Era nato nel Novecento ma avrebbe voluto vivere nell’Ottocento. Amava le case di provincia, i campanili, le famiglie numerose, i proverbi, le cose fatte in casa, i lunari, i briganti raccontati davanti al camino e quel mondo italiano che stava scomparendo sotto i colpi della modernità.
Mentre l’Italia correva verso il futuro, lui continuava a voltarsi indietro. Non perché fosse incapace di capire il suo tempo. Al contrario. Lo capiva fin troppo bene. Fu tra i primi a comprendere la forza della fotografia, il valore della grafica, il potere dei giornali illustrati, l’importanza del cinema e la nascita della comunicazione moderna. Fu uno straordinario innovatore che diffidava dell’innovazione. Fu un uomo moderno innamorato di un mondo antico. In questa apparente contraddizione si nasconde il segreto della sua grandezza. Longanesi non amava le ideologie. Non amava gli uomini.
Non gli interessavano i programmi politici, ma i caratteri. Non si chiedeva cosa pensassero le persone ma come fossero fatte. Era convinto che la Storia fosse meno importante della natura umana e che i difetti degli uomini sopravvivessero a tutti i regimi. Per questo non credette mai veramente a nulla. O forse credette a troppe cose contemporaneamente. Fu vicino al fascismo ma non fu mai un fascista disciplinato. Fu vicino alla destra ma non ne accettò mai i dogmi. Criticò il comunismo ma non diventò mai un uomo d’ordine. Restò sempre un irregolare. Un anarchico romagnolo che si divertiva a prendere in giro chiunque avesse conquistato una posizione di potere.
Sotto il fascismo sembrava antifascista. Sotto la Repubblica sembrò fascista. In realtà era semplicemente fedele a una regola che aveva seguito per tutta la vita: non fidarsi mai di chi comandava. Era un uomo che viveva di contraddizioni. Diceva una cosa e il giorno dopo ne sosteneva il contrario. Non per opportunismo ma per diffidenza verso ogni certezza. Considerava le convinzioni troppo solide una forma di pigrizia mentale.
Gli piaceva smontare le idee, compresa le proprie. Aveva il gusto della provocazione e il talento raro di riconoscere il ridicolo. E il ridicolo era la sua vera materia di studio. Lo trovava nei gerarchi fascisti, nei ministri repubblicani, negli intellettuali, nei giornalisti, negli scrittori e soprattutto negli italiani. Nessuno seppe raccontare gli italiani meglio di lui perché nessuno li amò e li detestò con la stessa intensità. Longanesi passò la vita a criticare il proprio Paese ma non smise mai di sentirsi parte di esso.
Era un pessimista patriottico. Uno di quegli uomini che vedono tutti i difetti della propria nazione ma continuano a considerarla la propria casa. Per capire Longanesi bisogna immaginarlo seduto al tavolo di lavoro, circondato da fotografie, forbici, matite, giornali e libri.
Bisogna immaginarlo mentre corregge gli articoli di giovani sconosciuti destinati a diventare Montanelli, Flaiano, Ansaldo, Brancati e Irene Brin. Bisogna immaginarlo mentre inventa titoli, ridisegna caratteri tipografici, costruisce copertine e litiga con il mondo intero. Perché Longanesi fu prima di tutto questo: un costruttore. Costruì giornali, case editrici, riviste, scrittori, idee e persino personaggi. Inventò un modo nuovo di fare giornalismo e un modo nuovo di fare editoria.
Eppure, nonostante tutto ciò che costruì, trascorse la vita a inseguire un mondo che non esisteva più. O forse che non era mai esistito. Un mondo immaginario fatto di eleganza, ironia, buon gusto, indipendenza e libertà. Un mondo popolato soltanto da Longanesi. Alla fine rimase solo con quel suo universo privato, abitato dai ricordi, dai rimpianti e dalle battaglie perdute.
Ma forse proprio per questo continua ancora oggi a parlarci. Perché le ideologie che lo circondavano sono scomparse. I partiti che combatteva non esistono più. I regimi che aveva conosciuto appartengono alla Storia. Restano invece le debolezze umane che lui aveva osservato meglio di chiunque altro.
E finché esisteranno uomini pronti a credere alle illusioni del proprio tempo, Leo Longanesi continuerà a essere attuale, un irregolare, fedele soltanto alla propria libertà. Ed è proprio questa libertà, più di ogni sua battaglia, ad averlo reso immortale e un modello. Soprattutto per chi sta scrivendo.
Stefano Poma
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