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L’Odissea di Christopher Nolan è fedele a Omero? Tutte le differenze

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di Marco Mensi

L’Odissea di Christopher Nolan riprende il poema di Omero, ma quanto gli rimane davvero fedele? Dal viaggio di Ulisse agli dèi, da Polifemo a Circe, dalle Sirene ai Proci: differenze, cambiamenti e reinterpretazioni di uno dei più grandi racconti della storia.

Quando si porta al cinema un’opera come l’Odissea bisogna fare i conti con un piccolo problema: Omero non scriveva pensando a Hollywood. Il poema attribuito al grande cantore greco nasce in un mondo lontanissimo dal nostro, appartiene a una tradizione orale e racconta uomini, dèi e mostri senza preoccuparsi delle esigenze di una sceneggiatura cinematografica. Christopher Nolan si è quindi trovato davanti a una scelta inevitabile: trasporre Omero oppure raccontare nuovamente Ulisse. Le due cose non sono necessariamente la stessa cosa.

Il film conserva molti degli episodi fondamentali dell’Odissea, ma li modifica, li accorpa e in alcuni casi li elimina. Per questo sarebbe sbagliato giudicarlo soltanto chiedendosi se sia “fedele” oppure “infedele” al poema. È più interessante capire quale Ulisse abbia voluto raccontare Nolan e quanto questo personaggio assomigli all’Odisseo che conosciamo attraverso Omero.

L’Odissea racconta il ritorno a casa di Odisseo, Ulisse nella tradizione latina, dopo la guerra di Troia. Sono trascorsi dieci anni dalla partenza degli Achei per l’Asia Minore e ne serviranno altri dieci prima che l’eroe riesca finalmente a rivedere Itaca. Quando il poema comincia, però, gran parte delle sue avventure è già avvenuta. Ulisse si trova da sette anni sull’isola di Ogigia, trattenuto dalla ninfa Calipso. Gli dèi discutono della sua sorte e Atena, sua grande protettrice, interviene affinché possa finalmente tornare a casa.

Qui emerge una delle differenze più importanti. Nell’Odissea gli dèi sono continuamente presenti. Non costituiscono uno sfondo mitologico, ma intervengono concretamente nella vita degli uomini. Atena protegge Ulisse, Poseidone lo perseguita, Hermes interviene presso Calipso e ancora Hermes aiuta l’eroe contro Circe. Il destino di Odisseo è inseparabile dal rapporto fra il mondo umano e quello divino.

Nel film questa dimensione viene fortemente ridimensionata. Gli dèi arretrano e al centro rimane soprattutto l’uomo. Anche la presenza di Atena assume un carattere più ambiguo: non è sempre evidente se ci troviamo davanti alla manifestazione reale di una divinità oppure a qualcosa che appartiene alla mente di Ulisse. È una differenza sostanziale, perché cambia il significato stesso del viaggio. L’Odisseo omerico combatte anche contro la volontà degli dèi; quello cinematografico appare maggiormente costretto a combattere contro se stesso.

Lo si comprende soprattutto osservando il carattere del protagonista. L’Ulisse di Omero è l’uomo della mètis, dell’intelligenza, dell’astuzia. Non è il guerriero invincibile che era stato Achille. La sua arma principale è il cervello. Sa mentire, inventare, ingannare e adattarsi alle circostanze. È proprio questa capacità a permettergli di sopravvivere dove uomini apparentemente più forti di lui falliscono.

Nel film emerge invece con maggiore forza un Ulisse tormentato. Porta sulle spalle il peso della guerra e soprattutto quello degli uomini che non è riuscito a riportare a casa. Parte da Troia con i propri compagni, ma a Itaca arriverà solo. Dietro il grande avventuriero compare così il reduce, un uomo che deve convivere con ciò che ha visto e con ciò che ha fatto.

Uno degli episodi più celebri del poema è quello di Polifemo. Ulisse e i suoi uomini entrano nell’antro del Ciclope e rimangono intrappolati. Polifemo divora alcuni dei compagni dell’eroe, che comprende immediatamente di non poterlo sconfiggere con la forza. Quando il Ciclope gli domanda il nome, Ulisse risponde di chiamarsi “Nessuno”. Dopo averlo fatto ubriacare, lui e i suoi uomini gli accecano l’unico occhio. Polifemo chiama allora in aiuto gli altri Ciclopi, ma quando questi gli domandano chi gli stia facendo del male può soltanto rispondere: “Nessuno”. È forse l’esempio più famoso dell’astuzia di Odisseo.

Il film conserva il nucleo dell’episodio: la grotta, il Ciclope, gli uomini divorati, l’accecamento e la fuga aggrappandosi agli animali. Riduce però il gioco verbale che rende l’episodio omerico una vera celebrazione dell’intelligenza del protagonista. La vicenda rimane riconoscibile, ma cambia il modo in cui viene raccontata.

Qualcosa di simile avviene con Circe. Nel poema la maga trasforma i compagni di Ulisse in porci ed Hermes consegna all’eroe il moly, l’erba capace di proteggerlo dai suoi incantesimi. Ulisse riesce così a costringere Circe a restituire forma umana ai propri uomini e rimane presso di lei per un lungo periodo. Nel film l’intervento divino viene ancora una volta ridotto e la soluzione dipende maggiormente dall’intelligenza e dalla diffidenza di Ulisse. Anche qui il risultato è simile, ma il percorso è differente: Omero mette l’uomo dentro un universo dominato anche dagli dèi; Nolan tende a lasciare l’uomo più solo.

Restano invece immediatamente riconoscibili altri grandi momenti del viaggio. Ci sono le Sirene, con i marinai che si chiudono le orecchie con la cera mentre Ulisse si fa legare all’albero della nave per ascoltarne il canto senza potersi gettare in mare. Ci sono Scilla e Cariddi. C’è la discesa nel mondo dei morti e l’incontro con Tiresia. C’è l’isola consacrata al dio Sole, dove i compagni di Ulisse, spinti dalla fame, uccidono gli animali sacri nonostante il divieto ricevuto. Sarà una disobbedienza fatale: nessuno di loro riuscirà a tornare a casa.

Altre tappe vengono invece semplificate o fuse. Nel poema, per esempio, Ulisse incontra Eolo, signore dei venti, che rinchiude in un otre tutti quelli contrari alla navigazione lasciando libero soltanto quello favorevole al ritorno verso Itaca. Quando ormai la patria è vicina, Ulisse si addormenta. I compagni, convinti che nell’otre siano nascoste ricchezze, lo aprono e liberano i venti, allontanando nuovamente la nave da casa. È uno dei tanti momenti nei quali l’Odissea ricorda che Ulisse non combatte soltanto contro mostri e tempeste: combatte anche contro l’imprudenza dei propri uomini.

Importante è anche la vicenda dei Lestrigoni. Nell’Odissea essi distruggono undici delle dodici navi della flotta di Ulisse. Da quel momento il re di Itaca non è più alla guida di una piccola flotta, ma di una sola nave. La trasposizione cinematografica conserva l’episodio modificandone alcuni elementi e soprattutto comprimendo una successione di avventure che nel poema possiede un respiro molto più ampio.

Ma l’Odissea non è soltanto il viaggio di Ulisse. Mentre lui tenta di tornare, a Itaca il tempo non si è fermato. Penelope continua ad aspettarlo e utilizza l’inganno della tela per rimandare la scelta di un nuovo marito: promette che deciderà soltanto quando avrà terminato il lavoro, tessendo durante il giorno ciò che disfa durante la notte. Intanto i Proci occupano il palazzo e consumano le ricchezze della casa reale.

Telemaco, che era praticamente un bambino quando il padre partì per Troia, è ormai diventato adulto. Una parte importante del poema, tradizionalmente chiamata Telemachia, è dedicata proprio a lui. Il giovane parte alla ricerca di informazioni sul padre, visita Nestore a Pilo e successivamente Menelao a Sparta. Attraverso questi incontri l’Odissea racconta anche il destino degli altri protagonisti della guerra di Troia.

La componente viene inevitabilmente ridotta nella versione cinematografica, che deve concentrare in poche ore un materiale narrativo enorme. Eppure Telemaco rimane fondamentale perché il ritorno di Ulisse non è soltanto quello di un re al proprio regno: è anche quello di un padre da un figlio cresciuto senza di lui.

Quando finalmente Ulisse arriva a Itaca, il poema cambia quasi genere. L’avventura marina lascia spazio alla preparazione della vendetta. Il protagonista entra nella propria casa sotto le sembianze di un mendicante. Il vecchio cane Argo lo riconosce dopo vent’anni di attesa e subito dopo muore. La nutrice Euriclea, lavandogli i piedi, scopre invece la cicatrice che permette di identificarlo.

Poi arriva la prova dell’arco. Penelope annuncia che sposerà chi riuscirà a tendere l’arco di Ulisse e a superare la prova stabilita. I Proci falliscono. Il mendicante chiede di tentare. Viene deriso, prende l’arco e riesce là dove tutti gli altri hanno fallito. A quel punto la maschera cade e comincia la strage.

Anche il film conserva questo momento decisivo, ma modifica ciò che avviene successivamente. Nel poema la storia non termina semplicemente con la morte dei Proci e la riconciliazione con Penelope. Ulisse incontra anche il vecchio padre Laerte e deve affrontare le conseguenze politiche della strage. I familiari degli uomini uccisi chiedono vendetta: un nuovo ciclo di sangue sembra sul punto di cominciare. Sarà ancora una volta l’intervento divino a interromperlo e a ristabilire la pace.

Ed è proprio qui che appare forse la distanza più interessante fra Omero e una rilettura cinematografica moderna. L’Odissea antica appartiene a un universo nel quale uomini e dèi convivono continuamente e nel quale l’ordine finale richiede anche una riconciliazione collettiva. Il cinema contemporaneo tende invece a concentrarsi sul singolo individuo, sui suoi traumi, sulle sue responsabilità e sulla sua trasformazione.

Per questo chiedersi se l’Odissea di Christopher Nolan sia fedele a Omero permette soltanto una risposta: sì e no. Lo è negli episodi fondamentali, nei personaggi, nelle immagini che da millenni associamo al viaggio di Ulisse. Lo è molto meno nella costruzione complessiva e soprattutto nel peso attribuito alla dimensione divina.

Ma forse la vera domanda è un’altra. Dopo quasi tremila anni dobbiamo ancora raccontare l’Odissea esattamente come veniva raccontata nel mondo greco?

Probabilmente no. Ogni epoca ha costruito il proprio Ulisse. Omero vide nell’eroe l’uomo capace di sopravvivere grazie all’intelligenza. Dante lo trasformò nell’uomo che non riesce a porre un limite alla propria sete di conoscenza. Il Novecento ne ha fatto l’immagine dell’individuo smarrito alla ricerca di casa e di se stesso. Il cinema inevitabilmente fa lo stesso.

Perché l’Odissea è sopravvissuta nonostante siano scomparsi il mondo che l’ha generata, le città che l’hanno ascoltata e perfino la certezza sull’identità dell’uomo al quale la attribuiamo. Sono cambiati i lettori, sono cambiati gli spettatori e sono cambiati gli Ulisse.


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