Nel 1897 Oscar Wilde non era più il dandy brillante che aveva affascinato l’alta società borghese dei salotti londinesi, dove danzavano seta, pizzi e tè servito in eleganti porcellane inglesi. Era un uomo disfatto, con la galera alle spalle. Si mostrava con l’eleganza della rovina e il portamento della sconfitta. Camminava tra gli uomini con la disapprovazione appesa alle spalle come una mantella logora ma teatrale. Eppure, si ostinava a cercare bellezza. E la trovò, o almeno provò a trovarla, sulle sponde del golfo di Napoli, insieme a “Bosie”, il suo compagno Alfred Douglas che si ritrovò di nuovo accanto.
I due si sistemarono in via Posillipo 37, a Villa del Giudice, una di quelle dimore eleganti affacciate sul mare napoletano dipinto d’argento, che sembrano costruite più per dimenticare il mondo che per viverci. Ma Wilde, fedele a quel suo spirito da attore mai stanco del palcoscenico, non perse occasione per farsi notare. Mandò una copia della sua “Salomè” a Eleonora Duse, che all’epoca era più che un’attrice: era un mito, era la Divina, come venne soprannominata da Gabriele D’Annunzio.
Napoli non è mai stata città per spiriti inquieti. Accogliente sì, ma fino a un certo punto. E non poteva digerire di certo chi portava sulle spalle l’infamante marchio dell’immoralità. Matilde Serao, l’affilata penna fondatrice de “Il Mattino”, non mancò di scriverne, cogliendo l’occasione per tracciare un quadro impietoso ma veritiero del clima che circondava il drammaturgo inglese. Scrisse di Wilde con l’occhio della cronista e il cuore della moralista. Non lo assolveva, ma ne intuiva forse il dramma.
A Wilde Napoli stava stretta, così partì. Con Bosie prese il largo verso Capri, allora rifugio di artisti, poeti e personaggi dal cuore inquieto. Approdarono al Grand Hotel Quisisana, ma il soggiorno durò poco. La comunità inglese isolana benpensante, ipocrita e infallibilmente indignata, fece sapere che la loro presenza non era gradita. Nessun albergo li volle più. Li salvò un altro spirito libero, Axel Munthe, medico e scrittore, che li accolse nella Villa San Michele, un nido incantato tra pini e silenzi. Ma nemmeno lì Wilde trovò pace. Il soggiorno fu breve, perché il dolore ha il vizio di accompagnare ovunque chiunque.
Ripartì. Questa volta verso Taormina, in cerca di un riparo più indulgente. Lo trovò, o almeno così parve. La Sicilia, con la sua bellezza ruvida e il suo tempo sospeso, gli concesse una tregua, anche se era troppo innamorato della vita per sopportarne la mediocrità. Ma la pace, quella vera, Oscar Wilde non la trovò mai. Non era fatta per lui.
Stefano Poma
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