La Brigata Piemonte nell’inferno del San Marco: otto giorni di combattimenti durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo, perdite durissime e il sacrificio di Elia Crisafulli, Medaglia d’oro al valor militare.
Nell’estate del 1917 la guerra sull’Isonzo aveva ormai assunto i caratteri di una gigantesca battaglia d’usura. Italiani e austro-ungarici si affrontavano da più di due anni lungo un fronte sul quale montagne, alture, pietraie e trincee avevano inghiottito decine di migliaia di uomini senza produrre quella vittoria decisiva che entrambi gli eserciti continuavano a cercare. Fu in questo scenario che la Brigata Piemonte, formata dal 3° e dal 4° Reggimento fanteria, scrisse una delle pagine più sanguinose della propria storia. La Piemonte era un reparto dalle origini antichissime.
La sua storia risaliva al Seicento e, attraverso numerose trasformazioni, aveva accompagnato prima l’esercito sabaudo e poi quello italiano. Quando l’Italia entrò nella Grande Guerra, nel maggio del 1915, i suoi uomini furono inizialmente destinati al settore della Carnia. Combatterono sulle montagne, poi sull’Altopiano di Asiago e sull’Ortigara, dove nel giugno del 1917 parteciparono alla conquista di quota 2105, azione ricordata come lo “sbalzo magnifico”. Ma pochi mesi dopo li attendeva una prova ancora più dura. Nell’agosto del 1917 la Brigata Piemonte venne trasferita nuovamente sul fronte orientale.
Raggiunse Cormons e fu posta alle dipendenze della 48ª Divisione. Il Comando Supremo italiano stava preparando quella che sarebbe passata alla storia come l’Undicesima battaglia dell’Isonzo, iniziata il 17 agosto. L’obiettivo era ancora una volta spezzare il dispositivo austro-ungarico davanti a Gorizia. Per la Brigata Piemonte il momento decisivo arrivò il 20 agosto. Da quel giorno cominciarono otto giorni ininterrotti di combattimenti nella zona del Monte San Marco, una delle posizioni che dominavano Gorizia.
Non furono otto giorni nel senso burocratico dei bollettini militari. Furono otto giorni trascorsi tra assalti, contrattacchi, bombardamenti, reticolati, mitragliatrici e uomini che cadevano uno dopo l’altro mentre i reparti cercavano di conquistare pochi metri di terreno. Il 3° e il 4° Reggimento continuarono ad avanzare nonostante le perdite. La resistenza austro-ungarica era tenace e il terreno rendeva ogni movimento estremamente difficile. Le posizioni erano state fortificate e ogni tentativo di avvicinamento esponeva i fanti al fuoco nemico. Eppure la Piemonte continuò a combattere.
Alla fine di quegli otto giorni il prezzo pagato risultò impressionante. Secondo i dati riportati nella documentazione ricordata durante la nostra live, il 3° Reggimento Piemonte registrò 17 ufficiali e 680 uomini di truppa caduti; il 4° Reggimento ebbe 14 ufficiali e 314 uomini di truppa morti. Numeri che permettono di capire meglio di qualsiasi retorica che cosa significasse combattere sull’Isonzo nel 1917. Il comportamento della Brigata fu tale da essere ricordato persino dagli austro-ungarici. È forse questo uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda: il valore dimostrato dai fanti italiani durante quei combattimenti venne riconosciuto anche dal nemico che avevano davanti.
Nelle guerre, quando il rispetto arriva dall’altra parte della trincea, difficilmente nasce per caso. Tra gli uomini che presero parte a quei combattimenti vi era anche Elia Crisafulli, siciliano della provincia di Messina e già studente del Politecnico di Torino. Il 28 agosto 1917 si trovava con i propri uomini davanti alle posizioni nemiche del San Marco. Avevano già superato una prima trincea quando Crisafulli guidò l’attacco verso la seconda. Attraversato un varco aperto nei reticolati, si trovò davanti una mitragliatrice che aveva cominciato a colpire violentemente i suoi uomini. Decise allora di affrontarla personalmente. Si lanciò contro la postazione, cercando con la propria azione di permettere agli altri fanti di continuare l’avanzata. Venne colpito alla testa e morì sul campo. Per quell’azione gli fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare.
La motivazione descrive un ufficiale che, dopo aver guidato i propri uomini oltre una prima trincea, si scaglia da solo contro la mitragliatrice nemica e cade con la pistola ancora in pugno. La morte di Crisafulli finì così per diventare il simbolo di quei giorni, ma dietro il nome del decorato rimasero centinaia di altri nomi che oggi conosciamo molto meno, e spesso non conosciamo affatto. La Brigata Piemonte uscì dal San Marco profondamente provata. Dopo il 28 agosto venne ritirata e trasferita nella zona di Palmanova per riposare e ricostituire i reparti.
Nessuno poteva sapere che meno di due mesi dopo quegli stessi uomini sarebbero stati chiamati ad affrontare un’altra prova, completamente diversa: Caporetto e la ritirata dell’esercito italiano verso il Piave. Il ricordo dei combattimenti dell’agosto 1917 rimase però legato alle bandiere del 3° e del 4° Reggimento. La Brigata Piemonte ricevette infatti la Medaglia di bronzo al valor militare anche per quanto compiuto sul San Marco. Nella motivazione vennero ricordati gli ostinati attacchi condotti contro forti posizioni nemiche, nonostante le difficoltà del terreno, le fortificazioni e la resistenza austro-ungarica.
Era il riconoscimento ufficiale di ciò che quei fanti avevano fatto. La storia della Grande Guerra viene spesso raccontata attraverso i nomi dei generali, le grandi offensive e le decisioni prese nei comandi. Ma un esercito era soprattutto questo: reggimenti, battaglioni, compagnie e uomini mandati contro una collina che sulle carte militari poteva apparire come una semplice quota. Sul San Marco, nell’agosto del 1917, quella quota costò alla Brigata Piemonte otto giorni d’inferno. E quasi mille uomini.
Riccardo Palazzo
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