di Stefano Poma
Alle origini del giornalismo italiano, tra politica, denaro e potere. Una storia di giornali finanziati, interessi nascosti e della difficile battaglia per conquistare una vera libertà di stampa.
Il giornalismo italiano ha un peccato originale: è nato libero sulla carta e dipendente nella pratica. Mentre in Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti la stampa moderna si sviluppava anche come contrappeso al potere, in Italia il giornale imparò molto presto a frequentarlo. E, come spesso accade quando si frequenta troppo il potere, finì qualche volta per servirlo. Le origini della stampa italiana moderna vanno cercate nel Risorgimento. Una svolta fondamentale arrivò nel 1848, quando Carlo Alberto concesse lo Statuto Albertino e riconobbe nel Regno di Sardegna la libertà di stampa. Dopo l’unità d’Italia, con quella che viene comunemente definita la “piemontizzazione” del nuovo Stato, lo Statuto fu esteso al Regno d’Italia. I giornali potevano finalmente nascere e discutere di politica. Restava però un piccolo inconveniente: mancavano i lettori.
Nel 1861 una parte enorme della popolazione italiana era analfabeta, con percentuali che in alcune zone raggiungevano livelli impressionanti. A questo si aggiungeva una partecipazione politica estremamente ridotta: poteva votare meno del due percento della popolazione. Il giornale, dunque, non era ancora un prodotto di massa. Era spesso uno strumento destinato alle élite, ai notabili, ai professionisti e soprattutto alla politica. Non deve stupire che molti giornali nascessero alla vigilia delle elezioni per sostenere un candidato e morissero tranquillamente una volta depositate le schede nelle urne.
Il giornalismo italiano cominciò così a sviluppare una caratteristica che si sarebbe trascinato dietro molto a lungo: la difficoltà di mantenersi economicamente senza appoggiarsi a qualcuno. E quel qualcuno poteva essere un politico, un industriale, una banca oppure direttamente il governo. Lo scandalo della Banca Romana, esploso alla fine dell’Ottocento, mostrò quanto fossero stretti i rapporti tra politica, finanza e informazione. Le indagini fecero emergere anche un sistema nel quale governi e uomini politici potevano sostenere giornali e giornalisti attraverso denaro pubblico e finanziamenti più o meno trasparenti. Non occorre immaginare complotti: bastano i documenti. Il problema era molto più semplice e, proprio per questo, più serio. Un giornale senza un pubblico abbastanza vasto da mantenerlo aveva bisogno di un padrone. E chi paga, prima o poi, presenta il conto.
Milano a fine ottocento diventò presto la capitale editoriale italiana. Nel 1866 nacque «Il Secolo» di Edoardo Sonzogno, destinato a diventare per decenni il quotidiano più diffuso del Paese. Dieci anni più tardi, nel 1876, Eugenio Torelli Viollier fondò il «Corriere della Sera». Ed è proprio qui che comincia una storia diversa. Torelli aveva un’idea quasi eccentrica per l’Italia del tempo: un giornale doveva essere credibile prima ancora che politicamente utile. Doveva avere il coraggio di criticare gli avversari, ma anche gli amici; pubblicare le notizie gradite ai lettori, ma anche quelle sgradite; e soprattutto riconoscere i propri errori. Il principio sembra ovvio. Ma non lo era allora e, forse, non lo è neppure oggi.
Pochi mesi dopo la nascita del Corriere arrivò la prova. Il giornale attraversava gravi difficoltà economiche e il governo Depretis avrebbe voluto una stampa più benevola. Attraverso il prefetto di Milano venne prospettato un sostegno economico, anche mediante abbonamenti pagati con denaro pubblico, in cambio di un atteggiamento più favorevole. Torelli rifiutò. Era una scelta economicamente rischiosa e giornalisticamente rivoluzionaria. Quel principio sarebbe stato raccolto, qualche decennio dopo, da Luigi Albertini, che avrebbe trasformato il Corriere nel primo quotidiano italiano. La grande lezione di quella storia non riguarda soltanto il passato. La libertà di stampa non dipende esclusivamente dall’assenza della censura. Un giornale può essere formalmente libero e sostanzialmente dipendente. Per essere davvero indipendente deve poter sopravvivere senza chiedere il permesso a chi governa, a chi finanzia o a chi pretende obbedienza in cambio di denaro. È qui che il giornalismo italiano combatté la sua battaglia più difficile. Ed è una battaglia che, a ben guardare, non è ancora finita.
Stefano Poma
Per sostenere L’Universale: https://paypal.me/luniversaleditore
Per sostenere L’Universale: Codice IBAN IT13M0760104800001027873882, nome del destinatario Poma Stefano
Da oggi puoi ricevere i Pamphlet de «L’Universale»: brevi saggi storici scritti dai nostri migliori autori. Ogni mese nuovi contenuti esclusivi direttamente sul tuo dispositivo. Per riceverli scrivete all’indirizzo e-mail pubblicazioni@luniversaleditore.it con oggetto “Abbonato”.
Link per abbonarsi al canale YouTube «L’Universale»: https://www.youtube.com/channel/UCcWX9HDJjfwbxDxae7OQ_SA/join
