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Quando l’America arrivava dentro i panni sporchi di Firenze

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di Giovanni Caselli

Nella Toscana del dopoguerra, Giovanni Caselli scopre l’America attraverso le riviste abbandonate dagli ospiti degli alberghi fiorentini. Tra Life, fumetti e Norman Rockwell nasce, quasi per caso, la passione che segnerà tutta la sua vita.

Nella Firenze del dopoguerra l’America mi arrivò nel modo più strano possibile: dentro i sacchi della biancheria sporca degli alberghi fiorentini. Vivevo a Rimaggio, poche case lungo un torrente nel territorio di Bagno a Ripoli, in un mondo che sembrava appartenere ancora all’Ottocento. Lì le lavanderie lavoravano da generazioni. C’erano famiglie che vivevano di acqua, sapone, fatica e grandi prati sui quali lenzuola e tovaglie venivano stesi ad asciugare. Quando arrivai a Rimaggio ero ancora un bambino e non potevo sapere che proprio quel piccolo paese avrebbe determinato buona parte della mia vita futura. La casa nella quale abitavamo era stata una lavanderia. Davanti c’era un grande prato pianeggiante, racchiuso dall’ansa del torrente, dove un tempo venivano stesi i panni. Mio nonno e mio zio Ardino decisero di trasformarlo in un orto e in un frutteto. Lavorarono per anni, dissodarono il terreno, costruirono canaletti per l’irrigazione e piantarono peschi, ciliegi, meli e filari di viti. C’erano i carciofi, il granturco e naturalmente le patate, continuamente tormentate dalle “zuccaiole”.

Io osservavo tutto e imparavo. Sapevo cosa seminare, quando irrigare, come innestare un giovane albero da frutto. Partecipavo alla vendemmia, vedevo fare il vino, l’acquarello e il vinsanto. Imparavo dalla terra e soprattutto da mio nonno. Quella fu probabilmente la mia prima vera scuola.  Ma mentre imparavo il mondo antico dei contadini toscani, lungo il torrente accadeva qualcosa che mi metteva in contatto con un universo completamente diverso. Le lavanderie di Rimaggio ricevevano la biancheria sporca degli alberghi di Firenze e, insieme ai panni, arrivavano spesso giornali, riviste e fumetti lasciati dai clienti, molti dei quali americani. Dietro casa nostra c’era inoltre il magazzino di Adolfo, il “cenciaio”, come allora chiamavamo il robivecchi, e anche lì finivano pacchi di carta stampata. Quella carta, destinata probabilmente a diventare rifiuto, per me era un tesoro. Avevo circa otto anni quando cominciai a raccoglierla. In poco tempo diventai uno dei più accaniti collezionisti di riviste e giornaletti americani di Firenze.

Mi capitavano tra le mani il “Saturday Evening Post”, “Collier’s”, “Life”, “Argosy”. Poi c’erano i fumetti: “Terry and the Pirates”, “Steve Canyon” di Milton Caniff, “Prince Valiant” e “Tarzan” di Harold Foster, “Flash Gordon” e “Rip Kirby” di Alex Raymond, “Dick Tracy” di Chester Gould. Non conoscevo l’America. Non conoscevo nemmeno l’inglese. Ma quelle immagini mi parlavano lo stesso.  Bisogna pensare a cosa significasse tutto questo per un bambino cresciuto nell’Italia povera dell’immediato dopoguerra. Non avevamo Internet, naturalmente, ma non avevamo neppure la televisione. Il mondo era molto più grande e molto più lontano di quanto non sia oggi. Firenze distava pochi chilometri, eppure anche Firenze poteva sembrare lontana. Poi aprivo “Life” e davanti a me comparivano città americane, automobili enormi, grattacieli, paesaggi sconfinati, uomini e donne vestiti in maniera diversa da noi. Mi sembrava di guardare un altro pianeta. Rimasi soprattutto affascinato dalle copertine che Norman Rockwell realizzava per il “Saturday Evening Post”. Potevo osservarle per ore. Solo molto più tardi compresi veramente ciò che quelle immagini mi avevano insegnato.

Rockwell riusciva a raccontare una storia intera attraverso una sola scena. Un gesto, un’espressione del viso, un oggetto sistemato nel posto giusto erano sufficienti per costruire un racconto. Io ancora non sapevo che sarei diventato un illustratore, ma stavo già imparando il mestiere guardando quelle copertine. Nel 1948 cominciarono ad arrivare anche copie del “Reader’s Digest”. Le illustrazioni mi affascinavano e, grazie all’edizione italiana “Selezione”, potevo finalmente leggere anche le storie. Erano racconti ambientati in luoghi completamente diversi da quelli che conoscevo. Per me erano esotici, avventurosi, irresistibili.  Molti anni dopo avrei capito che dietro una parte di quella produzione culturale esisteva anche una componente propagandistica americana. Allora non potevo saperlo. Del resto nell’Italia di quegli anni la propaganda era dappertutto. C’era quella comunista, con il mito dell’Unione Sovietica, e c’era quella clericale che penetrava profondamente nella società italiana. A me la comunicazione americana sembrava semplicemente più convincente.

Non era ancora una questione politica. Era una questione di immagini, di stile, persino di facce. Quelle riviste raccontavano un mondo che mi piaceva molto più di quello rappresentato dalla propaganda stalinista o da quella clericale che incontravo nella stampa italiana.  Senza rendermene conto stavo costruendo la mia educazione visiva. Ogni rivista diventava una lezione. Studiavo le figure, i colori, le composizioni, gli animali, i paesaggi, gli edifici. Conservavo tutto quello che riuscivo a trovare. Quelle immagini finirono per costruire nella mia testa una specie di immensa biblioteca. Quando anni dopo iniziai seriamente a disegnare, mi accorsi che molte cose le avevo già imparate semplicemente guardando. Per questo ho sempre pensato che senza le lavanderie di Rimaggio e senza Adolfo il cenciaio dietro casa nostra il corso della mia vita sarebbe stato diverso.  La cosa più curiosa è che molti anni dopo, quando lasciai Firenze e arrivai a Milano per lavorare nello Studio Creazioni D’Ami alla Torre Velasca, mi ritrovai davanti proprio quelle riviste. C’erano pile di “Collier’s” e del “Saturday Evening Post”, con le illustrazioni di Norman Rockwell.

C’erano il “National Geographic Magazine” e il settimanale britannico “Eagle”. Mi sembrò quasi di ritrovare vecchi amici. La differenza era che adesso quelle misteriose parole inglesi che da bambino avevo guardato senza comprenderle cominciavano finalmente a parlare. Rinaldo D’Ami, che divenne il mio mentore, mi aprì definitivamente quel mondo.  Ma la mia passione per l’illustrazione americana era cominciata molto prima. Nel 1956, quando “Epoca” di Mondadori, in seguito a un accordo con “Life”, cominciò a pubblicare fascicoli illustrati sulle origini e sull’evoluzione della vita sulla Terra, rimasi folgorato dalle ricostruzioni dei pianeti, dei dinosauri e degli uomini primitivi. Decisi che dovevo imparare a disegnare in quel modo. Mi sottoposi da solo a un regime quasi da lavori forzati. Di giorno lavoravo, la sera frequentavo gli amici, ma quando tornavo a casa iniziava la mia seconda vita. Dopo mezzanotte mi chiudevo nella camera che i miei genitori mi avevano lasciato usare come studio e disegnavo. Ritagliavo immagini da qualsiasi rivista riuscissi a trovare, raccoglievo manifesti cinematografici, scrivevo il mio diario, qualche poesia e persino qualche saggio. Spesso dormivo soltanto tre o quattro ore.

Qualche volta non andavo a letto affatto.  Tutto questo, però, era cominciato sulle rive del Rimaggio. Vivevo in un luogo nel quale mio nonno mi insegnava a innestare gli alberi, si faceva ancora il vino in casa e per liberare le patate dalle “zuccaiole” si poteva perfino chiamare un frate del convento dell’Incontro perché passeggiasse tra le piante recitando sottovoce le sue filastrocche. E contemporaneamente, a pochi metri di distanza, io sfogliavo “Life”, guardavo Norman Rockwell, seguivo le avventure di Flash Gordon e sognavo i paesaggi americani. Il vecchio mondo contadino e la nuova società di massa convivevano davanti ai miei occhi senza sapere che uno dei due stava per scomparire. Io ebbi la fortuna di crescere esattamente nel mezzo. L’America non la scoprii viaggiando e nemmeno studiandola sui libri. La scoprii rovistando tra le riviste che gli altri avevano buttato via. E, senza che potessi ancora immaginarlo, proprio quei fogli recuperati insieme ai panni sporchi degli alberghi fiorentini mi stavano indicando la strada che avrei seguito per tutta la vita.


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