di Alessandro Coscetti e Alberto Dugnani
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L’Italia ha sempre avuto uno strano rapporto con il coraggio: lo spreca quando dovrebbe amministrarlo, lo dimentica quando dovrebbe ricordarlo. Il raid su Manama, nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1940, appartiene a questa seconda categoria. Fu una di quelle imprese che, se l’avessero compiuta gli inglesi, avrebbero avuto un film, tre memoriali e una lapide in ogni aeroporto. Da noi è rimasta quasi una nota a piè di pagina, forse perché avvenne sotto il fascismo, forse perché la guerra fu perduta, forse perché gli italiani, quando devono fare i conti con il proprio passato militare, preferiscono scegliere tra l’incenso e la candeggina.
Quattro Savoia-Marchetti S.M.82 partirono da Rodi per andare a bombardare gli impianti petroliferi del Bahrein. Detto così sembra poco: una riga da bollettino. Ma dietro quella riga c’erano migliaia di chilometri di notte, deserto, mare, benzina calcolata al minuto, motori da ascoltare come malati gravi e carte geografiche che promettevano molto meno di quanto nascondevano. Manama non era dietro l’angolo. Per gli inglesi era abbastanza lontana da sentirsi sicura. E in guerra la sicurezza, quando diventa abitudine, è già una crepa.
L’Italia del 1940 non era la potenza che la propaganda dipingeva. Aveva uomini valorosi, tecnici ingegnosi, piloti capaci; ma aveva anche officine insufficienti, mezzi diseguali, comandi spesso lenti e una struttura industriale inadatta a una guerra mondiale. Proprio per questo l’impresa di Manama va capita bene. Non dimostra che l’Italia fosse pronta a sfidare alla pari l’Impero britannico. Dimostra, semmai, che anche un Paese male attrezzato può produrre, in certe ore, uomini capaci di piegare la scarsità all’audacia.
Il protagonista materiale fu il Marsupiale, un aereo grande, ruvido, quasi goffo, nato per trasportare e adattato a colpire. Non aveva la maestà metallica dei grandi bombardieri americani, né l’eleganza aggressiva dei caccia. Era un apparecchio italiano nel senso più pieno: pieno di difetti, ma anche di risorse nascoste. Con serbatoi supplementari, carichi studiati e bombe leggere, diventò per una notte un bombardiere strategico improvvisato. La differenza tra improvvisazione e pressappochismo sta tutta qui: la prima, quando è sostenuta dalla competenza, può diventare arte.
Questo pamphlet racconta quella notte senza chiedere al lettore né indulgenza né nostalgia. Il fascismo usò l’impresa per la propria retorica, come era naturale che facesse. Ma la propaganda non cancella il fatto. Gli equipaggi partirono davvero, volarono davvero, colpirono davvero e tornarono davvero. I danni materiali furono probabilmente limitati, ma l’effetto psicologico fu grande: l’impero scoprì che anche le sue retrovie potevano essere raggiunte.
Manama fu un lampo. Non cambiò la guerra, non salvò l’Italia, non rovesciò i rapporti di forza. Ma illuminò per un istante ciò che gli italiani sapevano fare quando il coraggio incontrava la preparazione. Ed è per questo che merita di essere raccontata: non per consolare una sconfitta, ma per restituire alla storia una verità semplice e scomoda. Anche nelle guerre sbagliate, gli uomini possono compiere imprese giuste da ricordare.
Stefano Poma
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