Raffaello. Tu sei la sua carne

di Vincenzo Nuzzo

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Com’è potuto essere contenuto tanto tempo in un solo fulmineo atto?
In effetti basta solo immaginarlo – lasciarsi andare a questa fantasia, abbandonando la sola eterna consapevolezza del presente –, perché subito ti invada l’estensione. Dello spazio e del tempo. E con essa anche un luogo ed un nome. Una determinazione. E con questi si è già dentro il lungo filo rosso ed aureo del sangue che corre nella terra di era in era e di generazione in generazione.

È in fondo solo un sogno, ma è un sogno straordinariamente vero. Non illusione, no! È solo il nostro essere incorporeo che diviene concreto e denso, dunque fattivamente storico. E l’atto che ci reca a questo è il frutto di una nostra scelta. È l’atto antecedente il sogno. Vi sono però della nature che sono meno disposte a dimenticare, e nelle quali quindi una forza continuerà ostinatamente a premere contro le pareti spessissime dell’oblio. Finché in esse non si apre finalmente una crepa, e poi un’altra e poi un’altra ancora. Ed allora la confusa sembianza dell’altro mondo comincerà a trasparire al di là di essa.

Vi sono anzi alcuni giorni, maledetti quanto santi. In essi, mentre sediamo al suolo annientati, la parete di colpo si presenta a noi come un sottilissimo e fragile guscio translucido. Al di qua di esso il luogo nel quale siamo stati precipitati dal crollo definitivo anche della nostra ultima illusione, ed intorno ad esso in ogni direzione si estende il deserto abbacinante in cui non ci si aspetta più nulla e solo si muore di caldo, di fame e di sete. Al di là di esso invece si agita, ormai visibilissimo, un mondo di forme leggiadre e di supreme e dolci armonie. È un solo corpo, una sola voce, che ora ci parla. Più dentro che fuori di noi. Solo allora – in quell’attimo in cui per davvero possiamo pronunciare la parola «ora» –, solo allora noi sappiamo.

È l’oblio stesso che è stato ormai infranto, e molto prima di quanto doveva esserlo, ossia mentre le tuniche di pelle ed i mantelli di carne ancora ci avvolgono. Ora l’anima «sa» tutto quanto essa deve sapere. Ed il «male» diviene allora appena uno scherzo, il mero trastullo di un crudele quanto cieco e stupido bambino, un mero ed inutile capriccio, un nulla. Esso è infatti solo il corrispettivo infimo della nostra scelta. Ma era esattamente in ciò che la nostra scelta superiore era destinata a trovare il suo definitivo punto di arresto. «Hic et nunc!», «ora!». Non plus ultra, non un passo più avanti. Da qui e da ora in poi la dirimente sta solo tra il voler ricordare ed il non volerlo. Nel primo caso, il deserto sarà un luogo da percorrere, ma poi lasciare alle spalle. Nel secondo caso, invece, esso sarà un luogo dove restare per sempre.

Ma tutto ciò è in realtà solo un fulmineo atto e nient’altro. Non di più si estende. Eppure è per noi tutto ciò che abbiamo…

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