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“Se ognuno fa qualcosa…”: l’eredità di Don Puglisi

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Palermo 1993, Don Pino Puglisi, diventato parroco a San Gaetano a Brancaccio nel 1990, fu assassinato davanti al portone della sua abitazione. Un colpo di pistola che ferma per sempre il tempo del parroco. Salvatore Grigoli guidava un commando di Cosa nostra, detto ‘u Cacciaturi, ed è proprio il responsabile della tragedia di quel 15 settembre che ha irreversibilmente cambiato la vita delle persone vicine al sacerdote.

Fin da subito Don Puglisi mise in chiaro la sua opposizione al potere mafioso, non con gesti eclatanti, ma con la forza discreta dell’educazione, della cultura e della fede. Creò spazi di aggregazione per i bambini, cercò di sottrarli alla strada e all’influenza dei clan, promosse la legalità e la responsabilità civile. La sua attività pastorale toccava direttamente gli interessi della mafia, che vedeva minacciato il suo dominio su un territorio considerato strategico.

Il suo sorriso pacato, la capacità di ascolto e la fermezza morale resero Don Puglisi un punto di riferimento per tanti. Fu proprio questo a decretarne la condanna a morte. I boss di Brancaccio, i fratelli Graviano, decisero di eliminarlo, convinti che togliere di mezzo quel prete significasse ristabilire il loro controllo. Ma la sua morte ebbe l’effetto opposto: accese le coscienze, facendo emergere con chiarezza il legame tra impegno religioso, sociale e lotta alla mafia.

Oggi Don Puglisi è ricordato come simbolo di coraggio e testimonianza evangelica. Nel 2013 è stato proclamato beato come martire della Chiesa cattolica. La sua frase più celebre — “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto” — continua a essere un monito e un incoraggiamento.

Il 15 settembre non è solo la ricorrenza di un omicidio, ma il giorno in cui Palermo e l’Italia intera sono chiamate a rinnovare l’impegno contro ogni forma di violenza e sopraffazione, nel nome di chi ha dato la vita per la libertà e la giustizia.

Michael Floris


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