Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, nel settembre del 1939, il mondo imparò un nuovo termine tedesco Blitzkrieg: si trattava dell’applicazione alla strategia e alla tattica degli strumenti tecnologici che erano stati sviluppati nel ‘900 e, in particolare, i grossi reparti motocorazzati e l’aviazione da bombardamento medio. Non si deve, peraltro, pensare che il sopravvalutatissimo OKW fosse tutto concorde a favore di questo nuovo modo di intendere la guerra: Hitler, però, poteva contare su un gruppo di generali che aveva sposato la causa dell’attacco aviocorazzato, come Rundstedt e Guderian.
Tanto bastò perché le armate germaniche, che, sulla carta, non erano affatto preponderanti rispetto ai principali eserciti europei, e neppure tanto più forti di quei soldati polacchi che travolsero in pochi giorni, conquistassero immensi territori, sconfiggendo, in battaglie terrestri, gli eserciti inglese, francese e sovietico. Quando, finalmente, in Russia, in Africa e in Europa, la marea rifluì, ciò si dovette all’applicazione delle più forti economie del mondo ad una produzione bellica imperniata sulle moderne tecnologie: insomma, alla Germania si rispose con le sue stesse armi. Ma, fino a quel momento, la superiorità tedesca fu indiscutibile. Lo stesso si dica per la capillare preparazione nipponica nella guerra aeronavale, che portò ai primi, formidabili, successi: il comandante in capo giapponese, Yamamoto, sapeva perfettamente che, se in Europa era apparsa fondamentale, la guerra lampo sarebbe stata addirittura l’unica possibilità, per una vittoria del Sol Levante nel Pacifico, contro un nemico potenzialmente strapotente come gli Stati Uniti.
Infatti, dopo aver sostanzialmente trascurato la propria produzione di portaerei, affidando la difesa del Pacifico a tre sole navi di squadra, il governo statunitense lanciò un’enorme campagna cantieristica, sfornando decine di portaerei, e centinaia di altre navi da guerra, rovesciando ben presto le proporzioni in campo a proprio vantaggio. In pratica, il Giappone aveva già perso la guerra dopo la battaglia di Midway: anzi, possiamo azzardare che, quando, il 7 dicembre del 1941, gli aviatori nipponici non trovarono le portaerei americane a Pearl Harbor, avesse già cominciato a perderla.
Dunque, almeno nel caso della seconda guerra mondiale, un errore di valutazione clamoroso, da parte delle democrazie occidentali, venne corretto, ad abundantiam, nel corso del conflitto: ma, certamente, errore ci fu, dettato da ottusità e scarsa capacità di imparare dalle sconfitte. Caso a sé è rappresentato dall’Italia, che fece scelte strategiche assolutamente catastrofiche, anche se non del tutto imputabili ad errori di valutazione, ma anche ad oggettive condizioni falsate di giudizio: la costruzione di navi da battaglia, snobbando le portaerei, la scelta dei carri leggeri e veloci, degli aerei da bombardamento a medio raggio e di una strategia mediterranea dispersiva e poco incisiva, portarono le Forze Armate italiane ad essere incapaci di competere con qualunque avversario ad armi pari.
In fondo, Mussolini puntò sulla leggerezza e la velocità, forse accecato dal mito futurista, laddove i carri pesanti e i bombardieri strategici si rivelarono l’arma vincente della guerra. A questo si aggiunga l’incredibile incapacità logistica dell’Italia, che aggravò ulteriormente un gap già insostenibile, producendo aerei sostanzialmente identici in quattro fabbriche diverse, con pezzi di ricambio e modelli incompatibili.
Marco Cimmino
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