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Tripoli bel suon d’amore

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Per Giovanni Giolitti, uomo di Dronero e veterano delle alchimie parlamentari, il tempo delle mezze misure era finito. Era la primavera del 1911 e l’Italia ribolliva come un pentolone dimenticato sul fuoco: scioperi operai, fermenti socialisti e grida nazionaliste. Il Paese non stava mai zitto, e Giolitti pensò che soltanto una guerra avrebbe rimesso ordine. Una guerra, sì: quella panacea che prometteva di ricompattare Nord e Sud, di zittire le piazze socialiste, di sfamare l’appetito di gloria dei nazionalisti e, non ultimo, di tranquillizzare i latifondisti che tremavano di fronte alla parola “riforma agraria”. Se i contadini reclamavano terra, beh, bastava andarla a prendere altrove. E dove, se non al di là del Mediterraneo, nell’Impero ottomano, vecchio, stanco e con le ossa scricchiolanti?

Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Sublime Porta. Un entusiasmo unanime percorse il Paese, che si illuse di vivere una scampagnata coloniale, un’avventura rapida e indolore. Ma la realtà, come quasi sempre accadde nelle guerre italiane, fu un’altra. L’esercito, più che preparato, sembrava colto di sorpresa. Il generale Alberto Pollio progettava un corpo d’armata di ventiduemila uomini. Giolitti lo smentì d’un tratto, ordinandone il raddoppio a quarantaquattromila: una prova di forza che, senza una strategia, somigliava più a un gesto teatrale. Né i generali sapevano con chiarezza contro chi avrebbero dovuto combattere: quattromila soldati turchi sparsi sul territorio? O il milione di arabi che popolava la Libia? Nel dubbio, si sbarcò come a una gita al mare, con ordini rimandati all’ultimo minuto.

Intanto, nelle piazze si cantava: “Tripoli bel suon d’amore, sarai italiana al rombo del cannon”. E i cannoni non tardarono. La Regia Marina, ancora bruciante dell’onta di Lissa, attendeva soltanto di rifarsi. Il 29 settembre 1911 le navi italiane si misero in moto, riducendo a rottami la decrepita marina ottomana. Il 4 ottobre, a Tobruk, quattrocento marinai sbarcarono senza incontrare resistenza: i turchi erano già fuggiti. Su una collina deserta, issarono il tricolore. Il Paese applaudì al trionfo. Nessuno, però, ebbe l’onestà di chiedersi quanto valesse una conquista fatta nel vuoto.

Eppure, quella guerra che sembrava un’avventura marginale ebbe conseguenze ben più vaste di quanto Giolitti immaginasse. L’Impero ottomano, già in agonia, ne uscì ancor più indebolito, e i Balcani — quell’angolo d’Europa dove le nazionalità convivevano come belve in gabbia — sentirono che era giunta l’ora di muoversi. Le guerre balcaniche, esplose di lì a poco, furono la scintilla che accese il grande incendio europeo. Senza la guerra di Libia, forse, Sarajevo sarebbe rimasta una città sconosciuta. Con essa, invece, divenne il punto d’avvio della catastrofe che noi chiamiamo Grande Guerra.

Stefano Poma


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