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Un brindisi a Mosca e il futuro dell’Europa su un foglio di carta

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La guerra agli sgoccioli

Il 9 ottobre 1944, in una Mosca che già respirava l’aria della vittoria, arrivò Winston Churchill. Era il capo di un impero che non era più tale, ridotto a sopravvivere grazie agli americani e a mantenere il proprio prestigio con la sola forza della parola e del carattere. Ma Churchill, di questo, era perfettamente consapevole. Non si illudeva che la Gran Bretagna, logorata da cinque anni di guerra, potesse ancora imporre da sola il proprio volere in Europa. Ciò che poteva fare era negoziare, difendere con ostinazione le poche carte che gli restavano e impedire che Stalin, già in marcia trionfale verso i Balcani, si prendesse tutto. La guerra era agli sgoccioli. I tedeschi combattevano una ritirata disperata, inchiodati sul fronte occidentale dall’avanzata angloamericana e travolti a est dalle armate sovietiche. La macchina da guerra hitleriana, che solo tre anni prima aveva messo in ginocchio l’Europa, era ridotta a un fantasma. Ma proprio per questo l’ora era cruciale: chi avrebbe occupato i territori liberati, li avrebbe poi tenuti. E Mosca, in questo, era avanti a tutti.


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L’accordo dei percentuali

Stalin accolse Churchill con quella calma glaciale che gli era consueta. Niente scenografie, niente cerimonie: solo il peso silenzioso di un potere che non aveva bisogno di parole per affermarsi. Churchill, invece, si presentò con il suo abituale piglio teatrale: sigaro in mano, cappello bombetta sotto il braccio e quell’aria da bulldog pronto ad azzannare pur sapendo che i denti non erano più quelli di un tempo. Si discusse della Romania, della Bulgaria, della Jugoslavia, dell’Ungheria. Insomma, dei Balcani: quel crocevia tormentato dove l’Occidente e l’Oriente si incontrano e si scontrano da secoli. Stalin aveva già i soldati sul campo. Churchill aveva soltanto parole e promesse. Eppure, proprio grazie alla sua disarmante franchezza, riuscì a strappare un negoziato. Fu in quel contesto che nacque il celebre “accordo dei percentuali”. Churchill prese un foglio di carta, lo posò sul tavolo e, con la matita, tracciò le sue quote: 90 per cento ai sovietici in Romania, 75 in Bulgaria, 50 e 50 in Jugoslavia e Ungheria, mentre la Grecia restava all’Occidente, con un 90 per cento britannico. Era un calcolo aritmetico, quasi cinico, degno di un contabile più che di due statisti. Ma dietro quei numeri si nascondeva la sorte di milioni di uomini. Stalin lesse, prese la sua matita blu e mise un segno accanto, come a dire: “Va bene così”. Poi restituì il foglio. Churchill, che sapeva bene quanto fragile fosse quell’accordo, lo definì “un documento impudente”. Impudente lo era davvero, ma in quelle poche righe si disegnava già l’Europa che sarebbe nata dopo la guerra.

La nascita della Cortina di ferro

Con quel gesto semplice e brutale, Stalin e Churchill avevano spartito i Balcani. Non c’era stato bisogno di conferenze solenni, né di trattati ufficiali. Un foglietto scarabocchiato era bastato. Perché in politica internazionale le firme contano meno degli eserciti. Alla Gran Bretagna restava la Grecia, che non era poca cosa: quel Paese, se fosse caduto sotto l’influenza sovietica, avrebbe aperto a Mosca le porte del Mediterraneo. Per tutto il resto, Stalin ottenne mano libera. Romania, Bulgaria, Jugoslavia e Ungheria sarebbero finite, in forme diverse, sotto il controllo sovietico. La linea di divisione dell’Europa era già stata tracciata, anche se ufficialmente sarebbe emersa solo a Yalta, l’anno successivo. Fu quella la vera nascita della “Cortina di ferro”. L’Europa si svegliò divisa non per colpa dei trattati diplomatici ma per la realtà delle occupazioni militari e degli accordi sottobanco. Da quel momento e per i quarant’anni successivi, i Balcani rimasero il giardino di Mosca, con regimi più o meno fedeli al Cremlino. Solo la Grecia restò agganciata all’Occidente, al prezzo di una guerra civile feroce. Churchill, tornando a Londra, sapeva di non aver vinto. Ma sapeva anche che, senza quell’accordo, avrebbe perso tutto. La sua abilità era stata quella di salvare il salvabile. Stalin, invece, aveva ottenuto ciò che voleva senza sparare un colpo in più. Così funziona la Storia: si combatte con i cannoni, ma si decide con i fogli di carta. E in quell’autunno del 1944, in una stanza del Cremlino, fu deciso il futuro di un Continente.

Stefano Poma


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