di Marco Cimmino
Clicca qui per acquistare il libro: https://amzn.to/4qCpCTs
Il valore di un uomo si comprende spesso più dalla sua fine che dal suo inizio, e Isoroku Yamamoto non fa eccezione. La sua storia si chiude in modo netto, teatrale, quasi letterario. Alle 9.34 del 18 aprile 1943, sopra la giungla di Bougainville, alcuni caccia americani lo cercano, lo trovano e lo abbattono. Non è un duello cavalleresco, ma una caccia all’uomo: la guerra moderna nella sua forma più fredda. A bordo di un bombardiere “Betty”, fragile e infiammabile, vola il cervello della Flotta Combinata. Con lui non cade solo un capo militare, ma la mente strategica del Giappone imperiale.
Da lontano Yamamoto sembra un personaggio già scritto: il samurai fedele, l’artefice di Pearl Harbor, il genio sconfitto dal destino. Ma più lo si osserva, più sfugge. Non è un fanatico né un romantico. È un realista che vede più lontano degli altri e proprio per questo soffre di più. Marco Cimmino lo chiarisce fin dal titolo: Yamamoto, un samurai innamorato della pace. Un’espressione che spiazza, perché siamo abituati a separare la guerra dai soldati e la pace dai combattenti. Eppure, chi conosce davvero la guerra è spesso il primo a diffidarne. Yamamoto diffidava del conflitto con gli Stati Uniti non per bontà d’animo, ma per lucidità.
Aveva conosciuto l’America, ne aveva compreso la potenza industriale e la tenacia morale. Sapeva che dietro l’apparente cortesia si nascondeva una macchina capace di produrre navi e aerei in quantità inimmaginabili. Quando a Tokyo si parlava di destino imperiale, lui faceva un conto semplice: tempo contro acciaio. E quel conto non tornava. Questa è la chiave del personaggio: il comandante che non vuole la guerra e proprio per questo la prepara meglio di tutti. Dalla lezione di Tsushima, che gli costa due dita e gli insegna che la modernità non fa sconti, nasce l’uomo che scommette sull’aviazione navale e sulla portaerei quando il mondo crede ancora nelle corazzate.
Una scelta tutt’altro che ovvia negli anni Venti, che lo rende sospetto ai nazionalisti e inviso agli apparati più conservatori. Promosso e allontanato insieme, finisce al comando della Flotta Combinata. Dovrebbe essere un esilio, diventa il centro della storia. Pearl Harbor non è l’atto di un genio folle, ma un piano tecnicamente brillante e politicamente disastroso: uno shock pensato per costringere l’America a trattare, che invece la spinge alla mobilitazione totale. Le portaerei americane non sono in porto, e la guerra vera comincia proprio lì. Da quel momento Yamamoto combatte contro il tempo.
Sa di avere pochi mesi prima che la superiorità industriale americana si faccia schiacciante. Midway, più che una sorpresa, è il risultato di sistemi diversi: élitario e fragile quello giapponese, industriale e seriale quello americano. Dopo Midway, Yamamoto resiste, difende, tenta ancora. Guadalcanal e le Salomone diventano la sua ultima prova. La sua presenza fra gli uomini, qualità antica da comandante, lo tradisce. Gli americani lo seguono grazie alla crittoanalisi. L’operazione si chiama Vengeance: non una battaglia, ma un regolamento di conti. Quando il suo aereo precipita, il Giappone trasforma la sconfitta in rito e mito.
Questo libro restituisce Yamamoto alla sua complessità: il samurai moderno, l’innovatore, il realista che capisce prima degli altri che una guerra con l’America non si può vincere. Leggerlo oggi significa ricordare che la guerra non è un’arte nobile, ma un calcolo che spesso sfugge a chi lo ha iniziato. E che, a volte, il più intelligente è colui che comprende per primo che non si doveva cominciare.
Stefano Poma
Clicca qui per acquistare il libro: https://amzn.to/4qCpCTs
