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Il presente lavoro si prefigge di indagare la relazione giuridica tra il Ministro dell’Economia e delle Finanze e due figure burocratiche apicali del Dicastero di competenza, il Direttore Generale del Tesoro ed il Ragioniere Generale dello Stato. Precisamente, i citati ruoli alto-amministrativi sono posti al vertice dei due Dipartimenti (Direzione Generale del Tesoro e Ragioneria Generale dello Stato) del Ministero dell’Economia e delle Finanze che si distinguono nel panorama dell’organizzazione amministrativa italiana come i più compiuti e prestigiosi esempi di tecnostrutture interne all’impianto ministeriale. Già dalla prima ed approssimativa premessa, si coglie che questo elaborato integra una riflessione su specifici profili della generale questione del rapporto tra politica ed amministrazione, tematica oramai classica negli studi di diritto amministrativo[1], ma non ancora esplicata in modo approfondito rispetto alle molteplici questioni della problematica.
Peraltro, con specifico riferimento ai predetti Uffici dipartimentali di “via Venti Settembre”, deve essere precisato che essi rappresentano realtà peculiari nel panorama istituzionale italiano, le cui cifre organizzativo-giuridiche e, quindi, la loro singolare operatività amministrativa nel disegno organizzativo (e, come si dirà, nello spazio regolatorio) statuale rendono necessario declinare, con particolare attenzione, la categoria del sistema dei rapporti tra politica e burocrazia rispetto alla relazione tra i dirigenti apicali in parola ed il Ministro dell’Economia e delle Finanze. In vero, questo contributo è teso a rassegnare un apparato d’indagine non già atto esclusivamente a spiegare, con approccio istituzionale, meri elementi della relazione tra Ministro dell’Economia e delle Finanze e i vertici delle strutture dipartimentali in oggetto bensì, finanche, a mettere radicalmente in discussione l’applicabilità, alle citate tecnostrutture del Ministero dell’Economia e delle Finanze, del sistema di rapporti al momento vigente nel diritto amministrativo italiano con riferimento all’autonomia dei vertici burocratici rispetto al potere politico. Questo approccio critico è motivato dal fatto che i citati apparati dell’amministrazione finanziaria, ancorché inseriti nello schema ministeriale, sono caratterizzati da elevato tecnicismo e necessitano, sia rispetto al momento di autonomia valutativa ed operativa che avendo riguardo al loro status strutturale, di garanzie normative e/o giurisprudenziali in atto non previste ma che la dottrina, nella sua funzione di sensibilizzazione culturale, deve propiziare.
Inoltre, su un piano di riflessione più amplio, si auspica che l’indagine in parola (che, prima di concentrarsi sul particolare caso delle tecnostrutture dell’amministrazione finanziaria, presenta un quadro generale dei rapporti tra politica e burocrazia) possa fornire al lettore strumenti analitici di portata sistemico-generale per la valutazione della relazione funzionale tra politica e burocrazia, con generale riguardo a tutti i corpi amministrativi dotati di specializzazione tecnica e gestionale, oramai presenti in tutte le pubbliche amministrazione (con particolare rilevanza operativa in talune amministrazioni, come gli enti locali e le aziende sanitarie).
Giacomo Barresi
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