Carlo Vespugio, giornalista di lungo corso, aveva l’aria distratta di chi ha visto tutto e letto niente. Al bar della redazione ordinava sempre un caffè corretto, “come me”, diceva, ridendo di una battuta che non faceva ridere nessuno, nemmeno lui. Il suo mestiere, a sentirlo, era semplice: “Non scrivere, suggerire”. Suggeriva bene, infatti, soprattutto a chi pagava per essere suggerito. Non era un venduto, come lo accusavano i colleghi più giovani, ma un imprenditore di sé stesso. “Il giornalismo non è l’arte di informare,” spiegava, “ma di mettere in vendita i silenzi. E i miei hanno un prezzo modico”.
Si aggirava per i corridoi con la cartella di cuoio, come un impiegato delle assicurazioni. Dentro non c’erano appunti, ma ricevute: ogni pezzo non scritto aveva il suo prezzo. Una volta, per non pubblicare una notizia su un assessore sorpreso in flagrante, ricevette una cassa di spumanti. Fu il suo articolo migliore: non lo lesse nessuno, perché non uscì. Le sue giornate erano fatte di attese. Attendeva telefonate, promesse, inviti a cena. La notizia, per lui, era come il pesce al mercato: meglio quando non arriva fresca, perché costa meno conservarla.
Ogni tanto qualcuno lo accusava di essere corrotto. Lui sorrideva: “Non esageriamo, sono solo educato. Mi pagano per non disturbare”. Una sera, tornando a casa, trovò nella buca delle lettere un avviso di sfratto. Non per mancanza di denaro, ma per eccesso di prudenza: l’aveva incassato tutto in favori, cene, bottiglie, promesse di incarichi. Denaro, poco. “Bisogna diversificare gli investimenti,” disse alla moglie, “ho puntato sull’eternità”.
Il giorno dopo, in redazione, scoprì che avevano assunto un giovane cronista: scriveva gratis. “È la fine del mestiere,” sospirò il commendatore, “l’onestà non conviene più, ma nemmeno la corruzione rende come una volta”. E così rimase lì, con il suo caffè corretto, a contemplare il destino ingrato dei giornalisti: raccontare gli scandali altrui e dimenticare i propri.
Stefano Poma
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