di Ermanno Brussani
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C’è una parola, nella storia militare italiana, che ha avuto più fortuna dei fatti che pretende di raccontare. È una parola breve, quasi uno scherno, facile da ricordare e ancora più facile da ripetere: “cikaj”. Basta pronunciarla, e tutto sembra già detto. Una divisione che scappa, soldati che gettano le armi, ufficiali incapaci, una disfatta senza dignità. Una scena semplice, quasi teatrale, che rassicura chi ascolta perché non chiede di capire, ma solo di giudicare. E infatti è stata giudicata, per decenni, senza appello.
La 2ª Divisione di Fanteria “Sforzesca” è diventata così un simbolo. Non di ciò che fu, ma di ciò che si è voluto credere che fosse. E quando la storia si trasforma in simbolo, di solito smette di essere storia. Diventa racconto, memoria selettiva, talvolta persino propaganda. Non è un destino raro. Anzi, è quasi la regola. Ma nel caso della Sforzesca, la distanza tra realtà e narrazione è tale da imporre una revisione non tanto polemica quanto necessaria. Perché la guerra, quella vera, non è mai lineare. Non è fatta di eroi senza macchia e di vigliacchi senza attenuanti. È fatta di uomini, di ordini, di errori, di condizioni materiali spesso determinanti. È fatta di geografia, di numeri, di tempo. E soprattutto è fatta di contesto. Togliere il contesto significa falsare tutto. È esattamente ciò che è accaduto alla Sforzesca.
Si è isolato un episodio, lo si è ingigantito, lo si è trasformato in paradigma. E su quel paradigma si è costruita una narrazione che ha finito per oscurare ogni altra considerazione. Eppure, basta poco per incrinare questa costruzione. Basta tornare ai documenti, alle relazioni di combattimento, ai numeri. Basta chiedersi, con un minimo di onestà, se una divisione che “scappa” possa sostenere giorni di combattimento, contrattaccare, subire perdite elevate e infliggerne ancora di più. Basta confrontare le fonti italiane con quelle sovietiche, operazione sorprendentemente rara per una vicenda tanto discussa. E già il quadro cambia. Non diventa più comodo, ma diventa più vero.
C’è poi un altro elemento, meno evidente ma non meno decisivo. Il dopoguerra italiano ha avuto bisogno di semplificare. Di trovare immagini forti, capaci di raccontare in modo immediato una stagione complessa e dolorosa. Così sono nate le scarpe di cartone, i fucili antiquati, gli ufficiali caricaturali. Immagini potenti, certo, ma non sempre fedeli. In questo clima, la “cikaj” ha trovato terreno fertile. Era perfetta: breve, efficace, moralmente chiara. Non spiegava, ma colpiva. E tanto bastava.
Questo lavoro nasce dunque da un’esigenza semplice: rimettere le cose al loro posto. Non per assolvere o condannare, ma per capire. Restituire alla Sforzesca la sua dimensione reale significa sottrarla tanto alla denigrazione quanto alla retorica. Significa riconoscere che fu una divisione con limiti evidenti, inserita in un sistema militare imperfetto, chiamata a operare in condizioni spesso proibitive. Ma significa anche riconoscere che combatté, resistette, cedette quando non poteva fare altrimenti. Come accade, in guerra, a molte altre unità. La storia, quando è onesta, non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di pazienza. E forse anche di un po’ di diffidenza verso le verità troppo facili.
Stefano Poma
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