Nicola Bombacci – I Pamphlet de L’Universale

Nicola Bombacci Marco Mensi

di Marco Mensi

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Nicola Bombacci è uno di quei personaggi che l’Italia, quando può, preferisce dimenticare. Non perché sia stato insignificante, ma per la ragione opposta: perché fu troppo significativo in troppi mondi diversi, e in nessuno abbastanza da lasciarsi sistemare con comodità in una lapide, in una sezione di partito o in una ricorrenza ufficiale. I socialisti hanno imbarazzo a ricordarlo, i comunisti non gliel’hanno mai perdonata, i fascisti lo tollerarono più di quanto lo amassero. E così è finito nel limbo dove il nostro Paese mette gli uomini che non entrano bene nelle caselle: né santi né demoni, ma guastafeste della storia.
Eppure Bombacci merita di essere raccontato proprio per questo. Fu socialista quando il socialismo, in Romagna, non era una dottrina da biblioteca, ma una religione civile urlata nelle piazze e difesa nelle camere del lavoro. Fu comunista quando il comunismo italiano nasceva tra furori, scissioni, illusioni e ordini che arrivavano da Mosca come un nuovo catechismo rivoluzionario. Fu amico di Lenin, o almeno uomo abbastanza vicino a quel mondo da poterne respirare l’aria e farsene investire. E fu, infine, consigliere e compagno d’ultima ora del Mussolini di Salò, cioè del Mussolini più sconfitto, più cupo, più disperato e forse, proprio per questo, più incline a riaprire certi cassetti della sua giovinezza sovversiva.
Detta così, sembra la biografia di tre uomini diversi. Invece era sempre lo stesso. Ed è qui il punto interessante. Bombacci non fu, come si dice sbrigativamente, un voltagabbana. I voltagabbana cambiano bandiera per interesse. Lui cambiò approdo per fedeltà. È molto peggio, e molto più serio. Restò sempre fedele a un’idea di rivoluzione che inseguì in forme diverse, senza capire — o senza voler capire — che le rivoluzioni, una volta scese dal palco e salite al potere, perdono quasi sempre il loro profilo profetico per assumere quello, assai più volgare, dell’amministrazione, della polizia e del sangue. Bombacci questa metamorfosi non la comprese mai del tutto. O forse la comprese benissimo e si ostinò ugualmente a negarla, perché gli uomini come lui hanno bisogno di credere non ai fatti, ma al senso dei fatti.
Romagnolo, maestro elementare, tribuno di piazza, agitatore, visionario, uomo di passioni assolute e di scarsissimo talento per la prudenza, Bombacci visse sempre sul crinale che separa la politica dalla fede. E chi vive così finisce quasi sempre male: o viene divorato dai compagni, o usato dai potenti, o fucilato dai vincitori. Lui ebbe il privilegio di tutte e tre le cose. Morì a Dongo con i gerarchi fascisti, gridando, pare, “Viva Mussolini, viva il socialismo”. Se la frase è vera, come probabilmente è, nessun epitaffio potrebbe essere più adatto. Dentro ci sono tutta la sua confusione, tutta la sua coerenza, tutta la sua tragedia. E anche un pezzo d’Italia. Perché Bombacci non fu soltanto un uomo smarrito tra Lenin e Mussolini. Fu uno specchio deformante, ma fedelissimo, di un Paese che nel Novecento cercò più volte la rivoluzione e più spesso trovò il dramma.


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