Questioni Storiografiche: Breve viaggio tra alcuni problemi della storiografia moderna

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La Storia è, per sua natura, un terreno scivoloso. Non tanto perché i fatti non siano accaduti, ma perché il modo in cui li raccontiamo cambia a seconda di chi scrive, di chi legge e, soprattutto, di chi comanda. Ma nessuno si illuda: la storiografia non è mai stata un’arca santa, un deposito incontaminato di verità. È, piuttosto, un mercato. E in quel mercato circolano monete false, illusioni ben confezionate, leggende comode, slogan che diventano dogmi. Questo libro di Marco Cimmino si propone di compiere un piccolo, grande viaggio tra alcune di queste questioni. Non per scioglierle — che sarebbe presuntuoso — ma per mostrarne i nodi, per ricordare che esistono, per impedire che vengano dimenticate sotto la polvere delle formule accademiche o sotto il tappeto delle convenienze politiche. Non troverete un manuale: troverete un taccuino di viaggio, scritto con l’occhio puntato alle contraddizioni e con l’orecchio teso alle menzogne che, più o meno consapevolmente, abbiamo imparato a ripetere.

La storiografia moderna, quella che si insegna nelle scuole e si pubblica nei manuali universitari, vive di due malattie croniche. La prima è l’illusione del progresso: l’idea che ogni epoca, per il solo fatto di essere più vicina a noi, sia migliore della precedente. La seconda è il relativismo: quella specie di pigrizia intellettuale che mette sullo stesso piano tutto e tutti, come se Mozart e i tamburi della giungla fossero semplicemente due espressioni culturali equivalenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Da un lato, la modernità viene celebrata come un’età di lumi e di conquiste, dimenticando che è stata la culla delle peggiori catastrofi del Novecento: guerre mondiali, genocidi, totalitarismi, stermini programmati con il rigore di una catena di montaggio. Dall’altro, il relativismo ci ha convinti che non esistano verità, che tutto sia opinabile, che ogni crimine possa trovare una giustificazione “nel contesto”. È così che si arriva a capire un assassino prima ancora di condannarlo, a compatire un carnefice più delle sue vittime, a considerare la Storia un grande magazzino di opinioni.

La Storia non è questo. Non è un esercizio di diplomazia, né una favola morale per farci dormire sereni. È il racconto degli uomini con tutte le loro miserie, le loro grandezze e le loro ferocie. È la registrazione, spesso impietosa, del fatto che la civiltà non è un cammino rettilineo ma una strada dissestata, fatta di avanzate e di ricadute, di illusioni e di tradimenti. In queste pagine troverete riflessioni che spaziano dalla Grande Guerra — quella tragedia grigia e senza catarsi che il cinema non è mai riuscito a raccontare fino in fondo — fino alla modernità, con la sua arroganza di voler cancellare la tradizione e rifondare il mondo da capo, ogni volta come se la storia precedente fosse un ingombro. Troverete analisi sul linguaggio, sulle parole che, più delle armi, hanno plasmato la nostra percezione degli eventi: xenofobia, genocidio, razzismo, modernità. Parole che usiamo tutti i giorni, spesso senza sapere che dentro di esse si nasconde un arsenale concettuale capace di giustificare massacri.

E poi c’è l’Europa, con i suoi equilibri sempre precari. La Francia che non smette mai di credersi grande e che invece si trova spesso a fare la spalla della Germania. La Spagna, che ha un mito fondante poderoso come la Reconquista ma vive nell’incertezza del presente, sospesa tra grandezze passate e fragilità moderne. Il mondo slavo, che continuiamo a guardare con sospetto e ignoranza, dimenticando che da lì arrivarono, più volte, non le invasioni ma le salvezze: da Sobieski a Vienna fino ai sacrifici serbi nei Balcani. Tutto questo non viene raccontato con il linguaggio paludato delle accademie. Qui troverete un tono diretto, talvolta ruvido, certamente polemico. Perché la Storia, quando smette di essere scomoda, diventa propaganda. E di propaganda, ne abbiamo già avuta abbastanza.

Certo, qualcuno storcerà il naso. Qualcun altro dirà che manca l’“obiettività”, come se la storia fosse una formula chimica e non un esercizio continuo di interpretazione. Ma lasciamo pure ai burocrati della memoria il lusso dell’imparzialità. Noi ci accontentiamo di un’altra virtù: l’onestà. Onestà nel riconoscere i limiti delle fonti, onestà nel dichiarare i propri dubbi, onestà nel dire che non tutto si equivale, che ci sono valori che sopravvivono ai secoli e che non è lecito gettare via come vecchi arnesi.

La storiografia moderna, troppo spesso, ha scelto la strada dell’autoassoluzione. Ha preferito dimenticare che il Novecento è stato il secolo della scienza trasformata in strumento di morte, delle ideologie diventate macchine di sterminio, delle nazioni ridotte a greggi. Ha preferito rifugiarsi nelle mode del momento, nei convegni patinati e negli schemi rassicuranti. Questo libro cerca di andare altrove. Cerca di restituire un po’ di inquietudine, un po’ di fatica, un po’ di fastidio.

Perché la Storia non serve a consolarci, né a legittimarci. Serve a ricordarci che siamo fragili, che ogni conquista è reversibile, che ogni progresso può trasformarsi in regressione, che ogni mito può diventare mostro. Ed è per questo che vale la pena, ancora oggi, parlarne. Chi legge queste pagine non troverà la verità. Troverà, semmai, un invito a non accontentarsi delle verità comode. A dubitare, sempre. Perché lo storico che smette di dubitare diventa un propagandista. E la Storia ridotta a propaganda non è più storia: è menzogna.

Stefano Poma

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