L’Universale editore


Quando D’Annunzio tentò di acquistare “Palazzo Zoppola”.

Nel marzo del ’24 il Vate tentò di comprare un edificio a Brescia per farne un teatro e una scuola popolare

Il 15 marzo 1924 Gabriele D’Annunzio tentò di acquistare Palazzo Zoppola in via Marsala 33 a Brescia (oggi Palazzo Ferrazzi), ex Casa del Popolo, sede dei socialisti, per farne un teatro di cultura e una scuola popolare dimostrando di tener fede alla Carta del Carnaro, la costituzione scritta a Fiume per la «crescita della bellezza e della democrazia». L’acquisto della Casa del Popolo univa l’esigenza dei socialisti bresciani di salvare un cospicuo patrimonio economico, la volontà di Antonio Masperi, fidato amico del Vate, quella di boicottare l’azione dei dirigenti fascisti bresciani, che volevano il palazzo e le aspirazioni del poeta a ergersi a difensore degli oppressi. Per d’Annunzio era un’occasione da non perdere, in un momento di crescente dissenso nei confronti del fascismo. Il Comandante (come voleva essere chiamato d’Annunzio) volle Masperi, ufficiale della sua Guardia e gli affidò missioni importanti: fu lui, appassionato di sport, l’arbitro nella partita di calcio fra legionari e fiumani in cui per la prima volta venne appuntato lo scudetto tricolore sulla maglia della squadra vincitrice. Non disponendo però della cifra necessaria all’operazione (400mila lire + altre 114mila per consentire alla Casa del Popolo di saldare le passività) il poeta accende un debito di 200mila lire presso il Credito agrario bresciano. L’iniziativa irritò i fascisti bresciani e da Roma arrivano chiare indicazioni politiche di impedire l’operazione. Il progetto si arenò e nel frattempo avviene il delitto Matteotti, che d’Annunzio definì riferendosi al fascismo «fetida ruina». Il poeta si chiude nel silenzio, concentrando il suo impegno nel lavoro creativo e nell’edificazione del Vittoriale. «Ho ripreso la mia opera d’artista… Tutto il resto cade», scrive a Mussolini il 16 maggio 1924. Ancora più esplicito il messaggio a Masperi del 4 giugno 1924: «Io – irrevocabilmente – sono ridiventato scrittore mero». Disperando di poter contrastare il fascismo, ne accetterà gli onori e le elargizioni per edificare il Vittoriale, ma in lui rimarrà sino alla fine l’impressione di una «fetida ruina».

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