La notte del 24 luglio 1943, il Gran Consiglio del fascismo chiuse i conti con Mussolini. Il Duce, che da vent’anni si credeva padrone dell’Italia, uscì da Palazzo Venezia con una frase che suonava come un necrologio: “Avete aperto la crisi del regime”. Poche ore dopo, i carabinieri del Re lo accompagnarono fuori scena. Ma l’Italia non usciva affatto dalla guerra. Badoglio, col suo “La guerra continua”, fu per gli italiani come una secchiata d’acqua gelata. Bisognò aspettare l’8 settembre. Alle 19.45, la solita musichetta alla radio, poi la voce roca di Badoglio: l’Italia aveva chiesto l’armistizio. Eisenhower l’aveva concesso. Gli italiani tirarono un sospiro. Troppo presto. Perché dalla Germania di Hitler, in quella stessa sera, arrivò l’epitaffio: “Sarà una terribile lezione per tutti”.
E la lezione arrivò. I carri armati tedeschi scesero in Italia, mentre il Re e il governo, con più fretta che dignità, scappavano verso Brindisi sulla corvetta Baionetta. L’esercito, nelle caserme, aspettava ordini. Non ne arrivarono. In quei giorni convulsi, ad Alessandria, un giovane tenente di artiglieria, trentacinquenne, Giovanni Guareschi, era nel cortile della caserma. Quando arrivò la notizia dell’armistizio, stava passando in rivista il suo picchetto. I soldati correvano da un ufficio all’altro a caccia di informazioni. Al Municipio, al Comando di presidio, a Roma, dove già non rispondeva più nessuno. Tornarono a mani vuote.
Il colonnello comandante li ammonì con aria marziale: niente panico, solo qualche gara di corsa e di canto per tenere a bada “gli elementi sovversivi”. I tedeschi, per il momento, sembravano lontani. Ma presto arrivarono le prime notizie: italiani disarmati, sentinelle abbattute, magazzini svuotati. Poi, davanti alla caserma, un reparto tedesco piazzò i suoi semoventi. Alle 11.05 del 9 settembre, l’ordine: deporre le armi. Mezz’ora dopo, i tedeschi erano dentro la caserma. Gli ufficiali del Re, prigionieri. Alcuni tentarono la fuga, travestiti da preti. Pochi ci riuscirono.
Il mattino dopo, nel cortile, i prigionieri furono schierati davanti ai mitra tedeschi. Il maggiore delle SS li invitò a collaborare. Risposta: “Solo con l’esercito italiano”. “L’esercito italiano è sciolto”, ribatté lui. “Non è vero”, replicarono i prigionieri. “Disarmateli!”. “Sono già disarmati”. “Disarmateli ancora!”, urlò il maggiore, andandosene. Alle cinque del pomeriggio, due autocarri li portarono alla Cittadella di Alessandria. Per Guareschi iniziava la via crucis dei lager. Entrò che pesava 89 chili. Ne uscì, due anni dopo, ridotto a 54. Trentacinque chili lasciati tra il filo spinato e la fame.
Giovannino, nei primi giorni di prigionia, annotava sui suoi quaderni una sola lettera: F. Fame. Poi divennero due, cinque, dieci, venti. Fino a ventotto. Ma non era solo la fame. C’erano i cadaveri di compagni uccisi mentre tentavano la fuga, lasciati marcire sotto le mura e spacciati dai tedeschi per carcasse di cavalli. C’erano le fucilazioni quotidiane. C’erano i fogli da firmare: “Giuro di dare tutto il mio sangue per la grandezza del Reich”. Bastava una firma per salvarsi. Guareschi non firmò.
Lo caricarono su un camion diretto a Sandbostel. Poi Czestokowa, Beniaminowo, di nuovo Sandbostel. Baracche luride, prigionieri ridotti a scheletri, patate a volontà quando ormai la guerra era persa. Il 15 aprile 1945 arrivò la liberazione. Giovannino si pesò: 54 chili. “Adesso ci gonfieremo di grasso malsano come vesciche”, scrisse. “E la gente, quando torneremo, dirà che abbiamo fatto la bella vita d’albergo. E se tenteremo di spiegare che la fame ci ha scavato le costole e l’anima, diranno: figurati, con quella faccia lì”.
Stefano Poma
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