Nazario Sauro venne al mondo a Capodistria, allora provincia dell’Impero austro-ungarico, il 20 settembre 1880. Primogenito di un marinaio romano e di una donna istriana, crebbe tra il mare e lo stabilimento balneare di famiglia, imparando presto che la scuola non era il suo elemento, mentre l’acqua salata sì. Da giovane navigò in lungo e in largo e studiò abbastanza per prendersi, nel 1904, la patente di direttore al grande cabotaggio a Trieste. Nel 1901 sposò Caterina Steffè e i figli che ebbero portarono nomi che erano un manifesto politico: Nino, Anita, Libero, Italo, Albania.
Era un irredentista di quelli veri, col cuore a Mazzini e lo sguardo a Garibaldi. Nel 1908, con altri giuliani e dalmati, andò fino a Ravenna a rendere omaggio alla tomba di Dante: un pellegrinaggio patriottico, non turistico. Per anni lavorò nella marina mercantile austriaca, navigando lungo l’Adriatico e in quei viaggi studiava coste, porti e fortificazioni: un sapere che più tardi avrebbe messo a frutto.
Quando la Grande Guerra scoppiò, Sauro trovò il modo di passare a Venezia e arruolarsi nella Regia Marina italiana come tenente di vascello. Fu allora che cominciò le sue scorribande nell’Adriatico nemico: piccoli colpi di mano, ricognizioni, sabotaggi. Conosceva quei mari e quelle rive come le sue tasche e questa familiarità gli valse onorificenze e una Medaglia d’argento al valor militare.
Ma, il 30 luglio 1916, la fortuna girò. Il sommergibile Giacinto Pullino, in missione per colpire le navi austriache a Fiume, finì incagliato vicino all’isolotto di Galiola. Sauro, che era pilota a bordo, tentò di salvarsi su una barca a remi. Fu catturato. Si spacciò per un certo Nicolò Sambo, ma alcuni marittimi del posto lo riconobbero. Gli portarono la madre e la sorella per un confronto; loro, per salvarlo, finsero di non conoscerlo. Non servì.
Processato per alto tradimento, fu condannato a morte. L’impiccagione avvenne il 10 agosto 1916. Aveva lasciato due lettere, scritte un anno prima: alla moglie, ricordava che il dovere d’italiano era la bussola della sua vita; al figlio Nino, spiegava che “Patria” era il plurale di padre, e che bisognava essere italiani ovunque e prima di tutto.
La sua morte lo trasformò in un simbolo. Durante la guerra e dopo, fu arruolato nella schiera dei martiri dell’irredentismo, con Oberdan, Battisti, Filzi, Chiesa, e il fascismo ne fece un eroe nazionale. Gli dedicarono strade, piazze, scuole, caserme, e a Capodistria, nel 1935, sorse un monumento col sommergibile e la vittoria alata.
Poi venne la guerra mondiale successiva, l’8 settembre, l’occupazione tedesca, e nel 1944 il monumento fu smantellato. Nel 1947, con l’Istria passata alla Jugoslavia, il suo corpo seguì l’esodo di migliaia di italiani: imbarcato sulla Toscana, sbarcò al Lido di Venezia, dove oggi riposa nel Tempio votivo.
Col tempo, il nome di Sauro scivolò ai margini della memoria nazionale, rimanendo vivo soprattutto tra gli esuli istriani e negli ambienti repubblicani. Gli altri martiri, Oberdan e Battisti, legati a Trieste e Trento, continuarono ad avere un posto nella storia ufficiale. Lui, figlio del mare, restò un eroe di frontiera: ricordato là dove il tricolore incontrava l’Adriatico.
Stefano Poma
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