L’Universale editore


L’Almanacco de «il Caffè» – 1861: nasce a Trieste Italo Svevo.

Fu l’interprete dell’alienazione dell’uomo moderno nella società, in linea con i coevi Pirandello, Joyce e Proust.

Il suo vero norme era Aron Hector Schmitz che fu italianizzato in Ettore Samigli. È stato il più europeo degli scrittori italiani a cavallo tra ‘800 e ‘900. Scelse fin dal suo primo romanzo, «Una vita», lo pseudonimo Italo Svevo per interpretare l’anima cosmopolita della sua città, crocevia di traffici e di scambi culturali tra i paesi della Mitteleuropa. Lo pseudonimo rimanda direttamente alla sua origine geografica controversa: Italo come italiano, Svevo come germanico. Svevo era infatti per metà italiano (da parte di madre) e per metà tedesco (da parte paterna), aveva origini ebraiche e viveva a Trieste, una città prevalentemente abitata da italiani ma sotto il dominio dell’Impero asburgico. A questo bisogna aggiungere il contrasto tra l’animo artista dello scrittore e l’uomo d’affari, dedito al commercio e alla vita borghese.
Le disavventure economiche della famiglia lo spinsero ad accettare a malincuore un lavoro nella filiale triestina della banca Union, scrivendo  – nel frattempo –  recensioni teatrali ed articoli per il quotidiano triestino “L’Indipendente”.
Dopo «Una vita», completò con «Senilità» (1898) e «La coscienza di Zeno» (1923) una trilogia a sfondo autobiografico, i cui protagonisti sono “vinti“, sopraffatti dalla loro inettitudine a vivere e incapaci di inserirsi nel mondo che li circonda.
L’importanza di Italo Svevo nella letteratura del ‘900 sta nell’aver contribuito alla nascita del romanzo contemporaneo, inteso come il romanzo in cui si parla dei conflitti dell’uomo moderno, le sue ansie e le sue contraddizioni.
Italo Svevo studiò a fondo la psicanalisi di Sigmund Freud e da essa derivano molti spunti per i suoi romanzi. I personaggi sveviani si autoanalizzano, analizzano il proprio rapporto con il mondo e i propri problemi con esso, la propria inadeguatezza e i propri traumi.

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