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L’America ha licenziato Trump. A metà

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di Stefano Poma

Donald Trump esce sconfitto dalle elezioni di Midterm. Il Congresso diventa un ostacolo, i repubblicani preparano la successione e i democratici cantano vittoria. Ma il trumpismo è davvero finito? L’America apre una nuova, incerta stagione politica.

Donald Trump ha perso. E, conoscendo il personaggio, c’è da scommettere che sarà l’ultimo ad ammetterlo. Le elezioni di Midterm hanno consegnato al presidente americano una sconfitta che, se non rappresenta ancora il suo certificato di morte politica, somiglia parecchio a un avviso di sfratto. Gli americani, che hanno il curioso vizio di eleggere un presidente per poi complicargli l’esistenza, hanno deciso di mettere un freno all’inquilino della Casa Bianca. Non è la prima volta che accade e certamente non sarà l’ultima. Il problema, per Trump, è che stavolta non potrà cercare una rivincita personale alle prossime presidenziali. La Costituzione glielo impedisce.

E così il presidente, abituato a considerare la politica una faccenda privata, dovrà imparare a convivere con un Congresso assai meno disposto ad assecondarne i capricci. Governare diventerà più difficile. Ogni legge sarà una trattativa, ogni bilancio una battaglia, ogni iniziativa un’occasione per l’opposizione di mettergli i bastoni fra le ruote. Ma chi pensa che Trump, davanti a queste difficoltà, si ritirerà tranquillamente nel suo ufficio a contemplare il tramonto, dimostra di non aver capito nulla dell’uomo. Trump non conosce la ritirata. Al massimo la chiama avanzata strategica.


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Il vero terremoto, tuttavia, potrebbe verificarsi nel Partito repubblicano. Finché portava voti, il presidente era un condottiero. Adesso che comincia a perderli, qualcuno potrebbe scoprire improvvisamente di non averlo mai sopportato. È una vecchia abitudine della politica, dove i fedelissimi sono tali soprattutto quando conviene esserlo. Ma sarebbe imprudente considerare liquidato il trumpismo. Il movimento che ha portato Trump alla Casa Bianca non è nato soltanto dalla sua ambizione personale, bensì da un malcontento profondo che attraversa una parte considerevole della società americana. E quel malcontento non scomparirà perché i democratici hanno vinto un’elezione. Anzi, potrebbe persino rafforzarsi.

Quanto ai democratici, farebbero bene a non stappare troppo champagne. Clinton e Obama persero rovinosamente le elezioni di metà mandato, salvo poi riconquistare la presidenza. La differenza è che Trump non potrà riprovarci. Gli rimangono due anni per governare, litigare e preparare la successione. Perché è proprio qui che si giocherà la partita decisiva: chi erediterà il suo elettorato? Un trumpiano senza Trump oppure un repubblicano deciso a liberarsi della sua ingombrante ombra? Per il momento una sola cosa appare certa. Trump ha perso le elezioni, ma non ha ancora perso la voglia di combattere. E i suoi avversari farebbero bene a ricordare che, nella politica americana, i funerali celebrati troppo presto finiscono spesso per trasformarsi in feste di compleanno.

Stefano Poma


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