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Le Case del Soldato nella Grande Guerra

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di Ermanno Brussani

Con l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, nelle retrovie sorsero le Case del Soldato, luoghi di assistenza morale, spirituale e ricreativa. Promosse dalla Chiesa cattolica e affidate a don Giovanni Minozzi, divennero un punto di riferimento per i militari.

Congiuntamente all’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1915, nelle retrovie del fronte iniziarono a sorgere luoghi più o meno ufficiali, e più o meno morigerati, dedicati allo svago dei soldati. Il “territorio dichiarato in stato di guerra” era molto più esteso di quanto comunemente si possa pensare arrivando a comprendere alcune province dell’Emilia-Romagna e da ciò è chiaramente deducibile la portata del fenomeno.

Le svariate Case del Soldato sorte nel 1915 su iniziativa della Chiesa cattolica vennero concepite per dare supporto morale e spirituale a chi tornava dal fronte e a chi era in partenza verso di esso pronto a ricevere il battesimo del fuoco. L’ente fu ufficializzato dall’Intendenza Generale del Regio Esercito alla fine del 1916 (lettera n. 39009) e la gestione ne venne affidata a Don Giovanni Minozzi già cappellano militare durante la Guerra di Libia.


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Presso questi centri, truppa ed ufficiali, potevano frequentare corsi di lettura/scrittura, accrescere i valori patriottici, assistere a spettacoli teatrali, musicali, e partecipare ad altre svariate attività ricreative. Il tutto restando distanti dai “piaceri della carne” tanto invisi alla dottrina cattolica. Al loro apice, nell’autunno del 1917, sul territorio nazionale erano presenti quasi un centinaio di Case del Soldato alcune delle quali sopravvissero alla guerra arrivando fino ai giorni nostri.

Nota: foto di copertina per gentile concessione coll. privata Aurelio Pasetto

Ermanno Brussani


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