Tra il 1919 e il 1920 Fiume fu teatro di un esperimento politico unico nel suo genere. Con la Reggenza del Carnaro, Gabriele D’Annunzio trasformò un’occupazione militare in un laboratorio istituzionale fondato sulla Carta del Carnaro, che univa nazionalismo, sindacalismo rivoluzionario e diritti sociali avanzati. Isolata sul piano diplomatico e osteggiata dal governo italiano, l’esperienza fiumana si concluse tragicamente con il Natale di sangue.
Quando Gabriele D’Annunzio capisce che l’annessione di Fiume al Regno d’Italia sta scivolando via come un miraggio, decide di fare ciò che gli riesce meglio: trasformare la politica in teatro e il teatro in Stato. È così che, nell’estate del 1920, l’occupazione iniziata nel settembre 1919 compie un salto di qualità e si dota di un nome, di una forma e soprattutto di una carta fondamentale: nasce la Reggenza italiana del Carnaro, un esperimento di governo che mescola ardimento nazionalista, slancio libertario e un’idea sorprendentemente moderna di diritti sociali. Il termine “Reggenza” non è scelto a caso: contiene, quasi come una clausola di speranza, l’idea che quella città potrà un giorno tornare sotto la corona, diventare territorio del Regno d’Italia, unirsi ai nuovi confini scaturiti dalla vittoria nella Grande Guerra. Ma proprio mentre D’Annunzio costruisce l’impalcatura del suo piccolo Stato, Roma lo lascia di fatto solo. I legionari fiumani, privati di un riconoscimento ufficiale, sopravvivono anche grazie a iniziative parallele: raccolte di fondi, appoggi politici oscillanti, rifornimenti e perfino un dirottamento di armi per rafforzare l’occupazione.
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Il cuore dell’esperimento è la Costituzione di Fiume, redatta dallo stesso D’Annunzio insieme ad Alceste De Ambris, sindacalista e socialista rivoluzionario, deputato del Regno, figura inquieta e “irregolare” destinata a finire in esilio. Il testo riflette la miscela, spesso sottovalutata, di ideologia e immaginazione che anima la stagione fiumana: non solo retorica patriottica, ma anche una visione sociale avanzata, quasi provocatoria per l’Italia dell’epoca. Tra i punti che più colpiscono spunta l’idea di un salario minimo, richiesta che suona incredibilmente attuale. La Carta prevede poi un’organizzazione del lavoro fondata sulle corporazioni, uno schema che verrà ripreso più tardi nel corporativismo del fascismo, pur con esiti e obiettivi differenti e senza mai tradursi in una compiuta “socializzazione” dell’economia. Accanto al lavoro c’è l’istruzione: D’Annunzio e De Ambris immaginano scuola gratuita per tutte le fasce della popolazione e tentano perfino di promuovere la nascita di un’università, per dare a Fiume l’aspetto di uno Stato in divenire e non di una semplice occupazione transitoria.

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E come ogni Stato che vuole esserlo davvero, anche la Reggenza prova a darsi apparati: vengono pensati organi di giustizia per regolare controversie interne; al vertice della piramide resta il “Comandante”, presidente reggente, D’Annunzio stesso, che si riserva – in un’ottica quasi romaneggiante – la possibilità, “in caso di estremo pericolo”, di essere investito del ruolo di dittatore. È il paradosso fiumano: proclamare libertà e tutele sociali mentre si custodisce una scorciatoia autoritaria, legittimata dall’emergenza. Nel frattempo la città vive una sua quotidianità febbrile. Attorno all’impresa si muovono intellettuali e agitatori culturali; nasce un giornale, “La Testa di Ferro”, promosso e animato da Filippo Tommaso Marinetti, e un altro foglio, “Yoga”, più riflessivo. Segnali di un microcosmo che si percepisce come avanguardia, laboratorio, eccezione destinata a lasciare un’impronta.
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Sul piano militare e politico D’Annunzio cerca sponde anche dentro gli apparati del Regno. Tra i simpatizzanti viene citato l’ammiraglio Enrico Millo, figura di prestigio, medaglia d’oro, protagonista di una celebre azione navale durante la guerra italo-turca e governatore della Dalmazia occupata. Nei discorsi e nelle corrispondenze circola perfino l’ipotesi – più teorica che reale – di un colpo di Stato in Italia. Ma è un castello di carta: i vertici delle forze armate restano fedeli al governo, e il ritorno di Giolitti a Palazzo Chigi chiude ogni spiraglio avventurista. La svolta arriva con la diplomazia. Il 12 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo, Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabiliscono che Fiume non sarà né italiana né jugoslava: dovrà diventare Stato libero, ma senza D’Annunzio. La sua estromissione non è solo un dettaglio: è la condizione perché l’accordo regga. Roma intende gestire l’uscita del poeta-soldato senza consegnarlo al rischio di un’umiliazione internazionale o, peggio, a un intervento jugoslavo che potrebbe mettere in pericolo la sua vita e incendiare l’opinione pubblica.
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Nel gioco delle parti, anche Benito Mussolini cambia posizione. Se in una prima fase aveva sostenuto l’impresa – anche con una raccolta fondi, concordata e in parte utilizzata – ora approva, tramite il suo giornale, le decisioni di Rapallo. È una frattura politica e personale: D’Annunzio è un personaggio ingombrante, “superuomo” capace di rubare la scena, mentre Mussolini sta costruendo la macchina dei Fasci di combattimento e non vuole restare all’ombra di Fiume. D’Annunzio reagisce con un gesto che alza la posta: occupa Arbe e Veglia, isole in un’area ancora ambigua, e intorno alla città si consolida la leggenda degli “uscocchi”, legionari che agiscono come corsari, assaltano navi civili, rastrellano rifornimenti per alimentare la resistenza. È la stagione più cupa e disperata dell’esperimento: senza riconoscimento internazionale e con Roma ormai ostile, Fiume vive di atti di forza, simboli e improvvisazioni.
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L’Italia decide di chiudere la partita. A dicembre le truppe regolari sono pronte: offensiva da terra e dal mare, con l’impiego anche della corazzata “Andrea Doria”. Il 24 dicembre iniziano gli attacchi; il 25 viene concordata una tregua natalizia; il 26 i combattimenti riprendono. Nei colpi di cannone e negli scontri a fuoco muoiono legionari e, soprattutto, civili: è il Natale di sangue, la fine tragica di un’utopia armata che non può reggere l’urto dell’esercito regolare. La resa matura negli ultimi giorni dell’anno. D’Annunzio firma le dimissioni e consegna il potere “nelle mani del podestà e del popolo di Fiume”, rivendicando di essersi mosso solo per la “salute” della città e di uscirne per la stessa ragione, per evitare altro massacro. Il 31 dicembre 1920 l’occupazione è finita: Fiume passa a un’amministrazione italiana militare-civile, preludio alla nascita dello Stato libero di Fiume nel 1921, un’entità destinata però a una vita tormentata, segnata da scontri interni e da pressioni contrapposte. L’epilogo, per ironia della storia, arriverà pochi anni dopo: con il Trattato di Roma la città verrà annessa all’Italia, chiudendo la “questione fiumana” e trasformando l’avventura dannunziana in una premessa, un precedente, un simbolo conteso. Ma la Reggenza del Carnaro resta un caso unico: una costituzione che anticipa temi sociali moderni, un governo costruito come mito, una città che per pochi mesi tenta di vivere come Stato e finisce sotto le cannonate di quello stesso Paese che sperava di abbracciare.
Lorenzo Borsoi
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