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Il mondo in guerra dopo la guerra

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Il 21 e il 22 giugno il mondo ha tremato. Gli Usa intervenuti nella guerra tra Israele e Iran hanno messo in moto un attacco chirurgico sui siti di arricchimento dell’uranio. Poi, il 23, con la risposta simbolica con qualche salva di missili contro le basi USA nel golfo persico, da parte di un Iran isolato, il conflitto è definitivamente terminato. Israele infatti ferma i suoi attacchi aerei. I missili smettono di volare e la guerra si spegne. Israele, con l’attacco su vasta scala iniziato il 13 giugno, ancora una volta ha elevato lo scontro, dopo Gaza, lo Yemen, Siria e il Libano a Tel Aviv sono passati al nemico definitivo: l’Iran utilizzando il pretesto del programma nucleare militare di Teheran. Netanyahu ha dimostrato ancora una volta la superiorità tecnologica del suo Paese: difese aeree iraniane distrutte in poche ore, dominio totale nei cieli di un paese lontano 2000 km, senza contare il serio danneggiamento di infrastrutture e capacità missilistiche del nemico.

La leadership iraniana ne esce privata di importanti membri delle milizie e delle forze armate, nonché leader politici e ufficiali scientifici. E poi l’arma finale di Israele, ovvero l’esercito USA, tirato in mezzo grazie ad un lungo gioco diplomatico, ha colpito dove neanche l’IAF poteva. L’Iran può fregiarsi di aver mostrato al mondo immagini con macerie e distruzione che provengono dal centro di Tel Aviv. Oltre a questo per Teheran ci sono da raccogliere i cocci di un impero in frantumi: Hezbollah in Libano fortemente indebolito, Hamas in difficoltà, capacità militari limitate e programma nucleare militare rallentato probabilmente di anni. In tutto questo nessun alleato è giunto in soccorso: russi rimasti in panchina e cinesi non pervenuti, finiti i farlocchi festeggiamenti per la vittoria a Teheran c’è molto da ricostruire.

Israele, dal canto suo, vede i suoi nemici sì annichiliti, ma in grado di riprendersi e per il premier israeliano, 75 anni e tre accuse di corruzione, il tempo non sembra essere un lusso nel contesto di una guerra di quasi due anni il cui primo fronte, che tanto odio internazionale procura ad Israele, è ancora aperto, la grande vittoria che avrebbe potuto elevarlo ad eroe di Israele, ovvero la caduta del regime di Khamenei, non c’è stata. E sia lui, che il mondo, dopo questi giorni di guerra si ricordano che a Gaza e a Kiev la guerra c’è ancora.

Lorenzo Borsoi


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