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L’ultima notte di Benito Mussolini

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La notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, sulle rive del lago di Como, il vento spazza via gli ultimi residui solenni del defunto regime. Non c’è la grandiosità tragica che spesso accompagna la fine dei dittatori nella memoria collettiva. C’è piuttosto il freddo di una primavera incerta, il silenzio interrotto da passi guardinghi, la sensazione diffusa che tutto sia ormai deciso, anche se nessuno osa ancora dirlo ad alta voce. È l’ultima notte di Benito Mussolini. Mussolini non è più il Duce. Non lo è da tempo, anche se ha continuato a recitare quella parte fino all’ultimo. Dopo il 25 luglio 1943, dopo la prigionia e la liberazione tedesca, la Repubblica Sociale Italiana è stata soprattutto una finzione politica: uno Stato senza sovranità reale, retto dalla presenza militare tedesca e dalla speranza, sempre più flebile, di rovesciare le sorti della guerra. Nell’aprile del 1945 quella finzione si dissolve definitivamente. I tedeschi si ritirano, le città del Nord insorgono, i collegamenti saltano. Il potere, che per vent’anni era sembrato compatto e inevitabile, si sfalda in pochi giorni.


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La fuga verso la Svizzera è l’ultimo tentativo di dare un senso politico alla sconfitta. Mussolini parte da Milano con una colonna tedesca, travestito, nascosto, silenzioso. È un dettaglio che colpisce sempre. L’uomo che aveva fatto della parola il suo strumento principale, ora tace. Non arringa, non ordina, non minaccia. Si lascia trasportare dagli eventi, come se la Storia stesse andando avanti senza di lui. Viene riconosciuto e fermato a Dongo il 27 aprile. Da quel momento, la sua sorte è segnata, anche se le modalità restano incerte. Non c’è un piano preciso, non c’è un processo già organizzato. C’è solo la consapevolezza, diffusa tra i partigiani, che Mussolini non può essere lasciato andare. La sua presenza è ancora troppo ingombrante, troppo simbolica. Tenerlo in vita significherebbe prolungare una guerra che tutti vogliono chiudere.

L’ultima notte la trascorre a Giulino di Mezzegra, in una casa qualsiasi, lontana da palazzi e balconi. Accanto a lui c’è Claretta Petacci, che sceglie di non separarsi dal dittatore caduto. Anche questo è un dettaglio rivelatore. Nella fine del fascismo non c’è spazio per la coreografia del potere, ma solo per legami privati, fragili, umani. Mussolini appare stanco, chiuso, rassegnato. Secondo le testimonianze, parla poco. Non pronuncia discorsi, non tenta giustificazioni storiche. È come se avesse esaurito le parole insieme al regime. In quella notte non c’è traccia dell’uomo che aveva promesso un impero, che aveva riempito piazze e costruito consenso attraverso il mito della forza. C’è un uomo di sessantadue anni che ha visto crollare tutto ciò che aveva costruito. La sua parabola, se osservata da vicino, non è quella di un capo sconfitto in battaglia, ma di un potere che si dissolve per implosione. Il fascismo non muore in un ultimo scontro epico, ma in una fuga disordinata, tra strade secondarie e decisioni prese all’ultimo momento.

La mattina del 28 aprile arriva presto. Non c’è un vero risveglio. La notte non ha portato consiglio, né speranza. Mussolini viene condotto fuori dalla casa, verso il luogo dell’esecuzione. Non oppone resistenza. Non pronuncia frasi destinate alla Storia. Muore come era vissuto negli ultimi mesi. Ai margini degli eventi, spettatore della propria fine. La rapidità dell’esecuzione e la violenza che seguirà sul corpo, esposto a Milano, rispondono a un’esigenza precisa. Chiudere definitivamente un’epoca. Non è vendetta cieca, ma neppure giustizia ordinata. È la conclusione brutale di una guerra civile, in cui i simboli contano quanto i fatti. Il corpo di Mussolini diventa il luogo su cui si scarica tutto ciò che il regime ha rappresentato. Paura, consenso forzato, violenza, compromessi. Di quella notte sul lago colpisce soprattutto l’assenza di grandezza. Mussolini non muore da dittatore tragico, ma da uomo che dopo il ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma ha perso il controllo della propria storia.

Ginevra Durandi