Il 14 ottobre 1944: la morte in divisa
Il 14 ottobre 1944, in una Germania che ormai si reggeva sulle macerie e sulla paura, due ufficiali bussarono alla porta del feldmaresciallo Erwin Rommel. Portavano con sé un dono del Führer: una capsula di cianuro e un aut aut. Morire in silenzio, con gli onori del caso, oppure vivere abbastanza da assistere al processo per tradimento e alla rovina della propria famiglia. Rommel scelse la prima via, la più rapida e la più tedesca. Salì su un’auto nera, come si usava allora, e lungo la strada per Ulm bevve il veleno. Così moriva l’eroe della propaganda, la “Volpe del Deserto”, il generale che aveva dato al Reich qualche mese di gloria e molte illusioni. La colpa? Non aver creduto più al miracolo del Führer. E in Germania, nel 1944, anche il dubbio era tradimento.

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Il generale di carta
Rommel era stato un soldato capace, ma anche un perfetto prodotto del regime. Hitler lo aveva fatto diventare un eroe da giornale: una divisa impeccabile, uno sguardo d’acciaio e un nome facile da pronunciare. Bastava questo per entrare nella leggenda. La guerra in Africa lo aveva reso famoso: avanzate rapide, ritirate ordinate e fotografie ben inquadrate. Ma la gloria dura poco quando serve a nascondere una sconfitta. Quando cominciò a parlare di pace, di trattative, di limiti, divenne ingombrante. Il regime nazista non amava gli uomini che ragionano. Preferiva quelli che obbediscono. Rommel aveva servito Hitler troppo a lungo per essere creduto innocente e troppo poco per essere considerato fedele. Così finì come tutti i personaggi del Terzo Reich: vittima di una macchina che divorava sé stessa, con un’onorificenza sul petto e un veleno in tasca.
La verità, dopo la menzogna
Il giorno dei suoi funerali i giornali scrissero che Rommel era morto per le ferite riportate in battaglia. Hitler inviò una corona di fiori alla moglie e un discorso funebre. Anche i dittatori, quando possono, preferiscono seppellire i propri problemi con la bandiera sopra. Il popolo applaudì, i fotografi immortalarono il rito e il mito di Rommel sopravvisse qualche mese, fino alla fine del Reich. Poi arrivò la pace, e con la pace la verità. Si scoprì che il generale non era caduto per la patria, ma per ordine della patria. Era morto non da traditore, ma da sospetto. E forse fu la sorte più logica per un uomo che aveva servito un’idea fino al punto di diventarne prigioniero. La Storia, con la sua calma crudele, gli restituì un posto: né tra gli eroi né tra i colpevoli, ma tra coloro che pagarono il prezzo di credere troppo a lungo in un sogno che non era il loro.
Stefano Poma
