Il 22 novembre 1963, a Dallas, veniva assassinato John Fitzgerald Kennedy. Il presidente degli Stati Uniti, l’uomo che aveva promesso una nuova frontiera e che parlava alla nazione con l’accento sicuro dei Kennedy, stava attraversando la città del Texas su un’auto scoperta. Accanto a lui, la moglie Jacqueline, elegante come sempre, sorrideva alla folla che si accalcava sui marciapiedi. Era uno di quei momenti che la politica ama trasformare in fotografia: il leader giovane, la coppia perfetta, la gente che applaude.
Poi accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare e che, invece, cambiò la Storia. Dal sesto piano di un edificio di mattoni rossi, un colpo di fucile ruppe l’aria come una bestemmia in chiesa. Kennedy portò una mano al collo. La macchina rallentò, confusa. Un secondo colpo, più terribile, chiuse la scena come il sipario di un dramma antico. La testa del presidente si piegò in avanti, Jacqueline lo abbracciò istintivamente, come se potesse proteggerlo da ciò che ormai non poteva più essere evitato.

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Nelle immagini, che il mondo avrebbe visto infinite volte, c’era tutto: lo stupore della gente, il grido di chi aveva capito, l’incredulità di chi non voleva capire. Pochi minuti dopo, al Parkland Hospital, i medici non poterono far altro che constatare la morte del presidente. Il Paese, informato in diretta, rimase sospeso, come se avesse perso insieme al suo capo anche una parte della propria identità.
A sparare, dissero, era stato un ex marine, Lee Harvey Oswald, appostato alla finestra del deposito dei libri scolastici. Ma da allora, ogni anno, c’è chi riapre quel dossier come si riapre una ferita che non si rimargina. Molte domande e poche certezze: un filmato amatoriale divenuto prova, una scorta distratta, una città ostile. Sembra quasi che la verità, in quella giornata d’autunno, abbia deciso di non presentarsi.
Mario Schietto
