Feltre, luglio 1943. Fu lì, tra le stanze soffocanti della villa Gaggia, che Benito Mussolini visse la prima stazione della sua via crucis. Una settimana di passione, come lui stesso l’avrebbe chiamata, anche se di passionale restava ben poco: solo l’agonia di un regime giunto al capolinea. Tutto cominciò il 19 luglio, giorno fissato all’ultimo momento per incontrare Adolf Hitler. La scelta del luogo, Feltre, era ricaduta sul consiglio, o meglio sull’ostinazione, della burocrazia militare, più preoccupata della sicurezza che della sostanza. Si sarebbe potuto risparmiare tempo incontrandosi a Treviso, ma la macchina statale non è fatta per simili ginnastiche intellettuali.
Mussolini partì da Riccione alle sette del mattino e atterrò a Treviso un’ora e mezza più tardi. Lo attendevano soldati d’aviazione dall’aria spenta e, poco dopo, anche gli ufficiali tedeschi, fra cui il maresciallo Keitel, arrivarono con le loro macchine volanti. Alle nove precise giunse il Führer: passaggio in rivista del reparto, silenzi di circostanza, e via in treno fino a poco prima di Feltre, per poi proseguire in auto verso quella villa che Mussolini ricorderà come un labirinto claustrofobico, sotto un sole che pareva voler sciogliere anche le ultime illusioni. Il colloquio si aprì a mezzogiorno. Hitler parlò per due ore e il suo discorso fu stenografato parola per parola. Mussolini, appena prese la parola, venne interrotto: un segretario entrò trafelato con un messaggio telefonico da Roma. “Dalle undici Roma è bombardata duramente”. Bastò quell’annuncio per cambiare il clima della sala: dalle manie di grandezza alle ombre della disfatta. Le notizie si fecero via via più nere: la durata eccezionale del bombardamento, il numero degli aerei, i danni all’Università e alla Basilica di San Lorenzo.
A tu per tu, Hitler rivelò due progetti: la ripresa della guerra sottomarina con armi nuove e un’imminente offensiva aerea su Londra che, a suo dire, sarebbe stata rasa al suolo in una settimana. Mussolini, stretto fra realismo e disperazione, rispose che l’Italia andava comunque rafforzata, e che il peso combinato di Gran Bretagna e Stati Uniti rischiava di schiacciarla. Parlò dei bombardamenti, del morale a pezzi, della produzione bellica in ginocchio. Hitler, dal canto suo, si trincerò dietro un giudizio secco: la crisi italiana era una crisi di comando. E promise rinforzi: uomini, aerei e divisioni. Il tono, Mussolini lo ricorderà nel suo diario, fu sempre amichevole, persino cameratesco. Ma mentre l’aereo del Führer decollava, il Duce accompagnava Keitel con un ammonimento che sapeva di preghiera: “Mandate subito tutto ciò di cui abbiamo bisogno: pensate che siamo sulla stessa nave!”.
Alle diciotto, Mussolini era già in volo per Roma. Giunto all’altezza del Monte Soratte, vide all’orizzonte una nube densa: il fumo degli incendi. Sorvolò i binari bruciati della stazione del Littorio, le rovine del deposito locomotive, le macerie del quartiere San Lorenzo. La città, devastata, sembrava un fantasma. Era il grande bombardamento di Roma del 19 luglio 1943. Atterrato, trovò il prefetto e pochi altri dignitari. Andando a villa Torlonia, incrociò fiumi di gente in fuga: chi a piedi, chi con qualsiasi mezzo. Roma era una città disfatta. Alle fontane, lunghe code di popolo cercavano l’acqua che non arrivava più. Dalle finestre di villa Torlonia, in serata, si scorgevano ancora i bagliori degli incendi. Roma aveva vissuto il suo giorno di ferro e fuoco. Per Mussolini fu il giorno in cui si infransero le ultime illusioni. E dietro di esse, già si intravedevano le incognite di un futuro che sapeva di disfatta e che si dirigeva, fatalmente, al 25 luglio e alla fine dell’Italia fascista.
Stefano Poma
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