Al momento stai visualizzando Caporetto fu davvero colpa di Luigi Cadorna?

Caporetto fu davvero colpa di Luigi Cadorna?

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Blog

di Marco Cimmino

Caporetto fu davvero soltanto colpa di Luigi Cadorna? Dietro la disfatta del 1917 emergono errori, rivalità e responsabilità condivise. Una rilettura della battaglia che trasformò il Generalissimo nel grande capro espiatorio italiano.

Caporetto è una di quelle parole che in Italia hanno smesso da tempo di indicare un luogo. È diventata un sostantivo, quasi un aggettivo. Una Caporetto è una disfatta, un crollo, una catastrofe senza appello. E quando una sconfitta diventa proverbiale, prima o poi bisogna trovarle un colpevole. L’Italia lo trovò in Luigi Cadorna e la spiegazione aveva il pregio della semplicità. L’esercito era stato sconfitto perché il suo comandante era incapace. Una spiegazione comoda. Alla vigilia del 24 ottobre 1917 il Comando Supremo italiano non viveva affatto nell’ignoranza di ciò che stava preparando il nemico. Dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo, combattuta tra agosto e settembre, l’esercito italiano aveva ottenuto importanti risultati, ma si trovava anche in una situazione pericolosa. Aveva avanzato, aveva premuto contro le posizioni austro-ungariche, aveva spostato uomini e artiglierie in avanti. Era, per usare un’immagine efficace, come un pugile che ha costretto l’avversario alle corde e, proprio mentre pensa di averlo in pugno, si espone al colpo di ritorno.

Quel colpo arrivò a Caporetto. Cadorna sapeva che un’offensiva era possibile. Si avevano notizie della presenza tedesca e il pericolo era conosciuto persino da ufficiali molto lontani dai vertici del comando. Carlo Emilio Gadda, che combatteva proprio in quel settore, avrebbe ricordato la leggerezza con cui inizialmente era stata accolta la notizia dell’arrivo dei tedeschi. Il problema, dunque, non fu semplicemente quello di un Comando Supremo colto nel sonno. Cadorna aveva ordinato alla Seconda Armata di assumere uno schieramento maggiormente difensivo e meno sbilanciato in avanti. Ed è qui che compare un personaggio troppo spesso lasciato ai margini quando si racconta Caporetto: Luigi Capello.

Capello comandava la Seconda Armata. Era un generale energico, ambizioso, dotato di una considerazione di sé non precisamente modesta. I rapporti con Cadorna erano tutt’altro che semplici. Dopo i successi precedenti, Capello continuava a ragionare anche in termini offensivi quando il Comando Supremo chiedeva invece di prepararsi seriamente alla difesa. Le disposizioni impartite dall’alto non furono applicate nella maniera necessaria e lo schieramento italiano rimase vulnerabile. A questo si aggiunsero le responsabilità dei comandanti subordinati. Il XXVII Corpo d’Armata di Pietro Badoglio, per esempio, occupava proprio uno dei settori sui quali si sarebbe abbattuto l’attacco austro-tedesco.

Alle due del mattino del 24 ottobre cominciò il bombardamento. Poi vennero le fanterie austro-tedesche, addestrate secondo criteri tattici nuovi rispetto alle grandi offensive di massa che avevano caratterizzato i primi anni della guerra. Non occorreva più conquistare metodicamente ogni posizione. Bisognava infiltrarsi, individuare i punti deboli, superarli, penetrare nelle retrovie e spezzare il sistema di comando e collegamento del nemico. Le nuove tattiche d’infiltrazione colsero l’esercito italiano nel momento peggiore e nel luogo peggiore. E il fronte cedette.

Da quel momento cominciò anche la leggenda. Caporetto diventò il processo a Cadorna e Cadorna diventò Caporetto. Era inevitabile che il comandante supremo rispondesse della sconfitta; il comando comporta responsabilità e sarebbe assurdo sostenere il contrario. Ma tra attribuire a Cadorna una responsabilità di comando e trasformarlo nell’unico autore della catastrofe corre una certa distanza. La sconfitta fu il risultato di una catena di errori, incomprensioni, rivalità, ritardi e insufficienze che attraversava diversi livelli della struttura militare italiana. Cadorna aveva le sue responsabilità. Capello aveva le sue. I comandanti di corpo d’armata avevano le loro. E dall’altra parte c’era un nemico che aveva preparato molto bene l’offensiva e che stava applicando tattiche capaci di mettere in crisi sistemi difensivi concepiti secondo criteri ormai superati.

Ma c’è un altro elemento che rende poco credibile il ritratto di un Cadorna completamente incapace: proprio dopo lo sfondamento seppe gestire una delle operazioni più difficili che un comandante possa trovarsi ad affrontare, una ritirata strategica sotto la pressione del nemico. Dopo Caporetto non scomparve semplicemente l’esercito italiano. Ripiegarono la Seconda Armata, ciò che ne rimaneva, la Terza Armata del Duca d’Aosta e la Quarta Armata. Centinaia di migliaia di uomini dovettero muoversi insieme a cannoni, carriaggi, materiali e civili in fuga, mentre il nemico avanzava. Il rischio non era soltanto perdere il Friuli. Il rischio vero era che l’intero dispositivo militare italiano si dissolvesse. Non accadde.

L’esercito riuscì a ritirarsi e a ricostituire una linea difensiva. Gli austro-tedeschi avanzarono enormemente, catturarono uomini, cannoni e materiali, ma non distrussero l’esercito italiano. Quando arrivarono sul nuovo sistema difensivo trovarono ancora reparti capaci di combattere. Il 13 novembre, sul fiume Molino della Sega, entrarono in linea anche i ragazzi del 1899 e gli austriaci furono fermati e respinti. La guerra non era finita. E qui nasce un altro paradosso. Cadorna fu sostituito da Armando Diaz e la successiva resistenza italiana venne inevitabilmente associata al nuovo comando. Ma una macchina militare composta da milioni di uomini non cambia natura in tre o quattro giorni. Diaz non arrivò davanti a un esercito inesistente per crearne miracolosamente uno nuovo. Ereditò uomini, strutture, comandi, opere difensive e piani che appartenevano anche al lavoro svolto sotto Cadorna.

Questo non significa sottrarre meriti a Diaz. Significa semplicemente rimettere gli avvenimenti nella loro successione cronologica. Cadorna pagò Caporetto perché qualcuno doveva pagarla. Era il comandante supremo e dunque era anche il candidato naturale. A questo si aggiungevano i rapporti difficili che aveva costruito negli anni precedenti. Aveva silurato un numero enorme di ufficiali, pretendeva autonomia nelle decisioni militari e aveva rapporti spesso burrascosi con il mondo politico. Quando arrivò la sconfitta, non erano molti quelli disposti a rischiare qualcosa per salvarlo.

Così Caporetto ebbe il suo colpevole. Ma la storia dovrebbe avere qualche pretesa in più rispetto a un tribunale improvvisato. Cadorna non fu il genio incompreso che aveva previsto tutto e al quale tutti disobbedirono. Sarebbe una caricatura apologetica non meno falsa di quella opposta. Comandava l’esercito, aveva scelto molti degli uomini che stavano sotto di lui e portava inevitabilmente una parte fondamentale della responsabilità. Ma Caporetto non fu la disfatta personale di Luigi Cadorna. Fu una sconfitta militare complessa, provocata dall’incontro tra gli errori italiani e l’efficacia dell’offensiva austro-tedesca.

Trasformare tutto questo nella storiella del generale incapace che mandava i soldati al macello è rassicurante perché permette di capire la storia senza studiarla. Basta un cattivo, possibilmente molto cattivo, e il problema è risolto. La realtà è meno comoda. E proprio per questo è più interessante. Cadorna fu responsabile di Caporetto? Certamente, nella misura in cui un comandante supremo è responsabile dell’esercito che comanda. Fu l’unico responsabile? No. E probabilmente è proprio da questo “no” che dovrebbe ricominciare ogni discussione seria sulla più celebre sconfitta della storia militare italiana.

Marco Cimmino


Per sostenere L’Universale: https://paypal.me/luniversaleditore

Per sostenere L’Universale: Codice IBAN IT13M0760104800001027873882, nome del destinatario Poma Stefano

Da oggi puoi ricevere i Pamphlet de «L’Universale»: brevi saggi storici scritti dai nostri migliori autori. Ogni mese nuovi contenuti esclusivi direttamente sul tuo dispositivo. Per riceverli scrivete all’indirizzo e-mail pubblicazioni@luniversaleditore.it con oggetto “Abbonato”.

Link per abbonarsi al canale YouTube «L’Universale»: https://www.youtube.com/channel/UCcWX9HDJjfwbxDxae7OQ_SA/join