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Le cicatrici invisibili della guerra

di Claudio Coni

La guerra non finisce sempre quando tacciono le armi. Attraverso le testimonianze dei reduci, un viaggio nelle cicatrici invisibili lasciate dal conflitto nel corpo, nella mente e nella memoria.

Quando si pensa alla Seconda guerra mondiale, viene quasi naturale immaginare che la guerra finisca nel momento in cui smettono di sparare i cannoni. Si firma un armistizio, gli eserciti tornano a casa, le città ricominciano lentamente a vivere e tutto, almeno sulla carta, dovrebbe tornare alla normalità. Ma la guerra ha il brutto vizio di non rispettare le date scritte sui libri di storia. Per molti uomini continuò anche dopo, per anni, qualche volta per tutta la vita. Basta leggere le testimonianze dei reduci per accorgersene. La mia generazione, però, si trova davanti a un vuoto che ormai è inevitabile.

Noi nati dopo il 2000 abbiamo avuto raramente la possibilità di conoscere qualcuno che quella guerra l’avesse combattuta davvero. Qualcuno ha avuto un nonno o un bisnonno abbastanza longevo da potergli raccontare qualcosa. Io questa fortuna non l’ho avuta. Ho conosciuto soltanto un vecchio prozio, visto pochissime volte quando ero bambino e del quale, con mio grande dispiacere, non conservo praticamente alcun ricordo. Il mio rapporto con la Seconda guerra mondiale è quindi passato soprattutto attraverso i libri di memorialistica, i saggi storici, i documentari e le poche testimonianze dirette che ho avuto occasione di ascoltare.

E proprio attraverso queste fonti ho capito una cosa: molti di quegli uomini della guerra non parlavano. E soprattutto non volevano parlarne. Si dice spesso che i reduci appartengano a due categorie: quelli che raccontano tutto e quelli che non raccontano niente. È naturalmente una semplificazione, ma contiene una parte di verità. Ciascuno cercava di fare i conti con quello che aveva vissuto come poteva. Del resto si trattava di un’epoca nella quale la salute mentale e il sostegno psicologico non erano certamente all’ordine del giorno.

Un uomo tornava dalla guerra, si toglieva la divisa e, secondo la mentalità del tempo, avrebbe dovuto semplicemente ricominciare a vivere. Come se bastasse cambiarsi d’abito per dimenticare quello che si era visto. È abbastanza facile comprendere perché uomini costretti per anni a convivere con la morte, la fame, le malattie, le privazioni e l’umiliazione non avessero poi una gran voglia di sedersi a tavola e raccontare tutto ai propri figli. Molti probabilmente volevano soltanto dimenticare. Tornare a casa, lavorare, costruirsi una famiglia e convincersi che quello che avevano vissuto appartenesse ormai al passato. Il problema è che il passato, qualche volta, non ha nessuna intenzione di restare al proprio posto.

È stato proprio riflettendo su queste vicende che, durante la scrittura del mio romanzo, ho cercato di raccontare una guerra diversa da quella fatta soltanto di battaglie, offensive, avanzate e ritirate. Perché una guerra non consuma soltanto eserciti e munizioni. Consuma soprattutto gli uomini. Li consuma nel corpo, nella mente e perfino nei rapporti con gli altri. Per questo i miei personaggi non combattono soltanto contro il nemico che hanno davanti. Combattono contro la fatica, la paura, la nostalgia, la solitudine e il peso delle responsabilità. Nemici che non indossano un’uniforme e contro i quali non serve sparare, ma che possono essere perfino più pericolosi degli antagonisti in carne e ossa.

Naturalmente sono aspetti meno spettacolari di uno scontro a fuoco. Non ci sono carri armati che avanzano, esplosioni o assalti. Ma forse proprio per questo sono più vicini a ciò che milioni di reduci hanno realmente vissuto e meritano di essere ricordati con la stessa attenzione e la stessa dignità che riserviamo alle grandi battaglie. La storia militare è fatta di offensive, ritirate, strategie, vittorie e sconfitte. È fatta di generali, divisioni, mappe e date che possiamo studiare sui libri. La storia degli uomini è un’altra cosa. È fatta anche di quello che rimane quando i fucili hanno smesso di sparare: dei ricordi che non se ne vanno, delle parole che non si riescono a pronunciare, dei silenzi e delle cicatrici che nessuno può vedere.

Perché una guerra può finire in un giorno preciso. Per chi l’ha combattuta, invece, non sempre finisce davvero. Ed è forse questa una delle lezioni più importanti che le preziose testimonianze dei reduci continuano ancora oggi a trasmetterci.


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