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Decimazioni e fucilazioni: quanto fu davvero spietato l’esercito italiano?

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di Marco Cimmino

Decimazioni, fucilazioni e disciplina ferrea: quanto fu davvero spietato l’esercito italiano nella Grande Guerra? Tra realtà e miti, una lettura storica della repressione militare e del sistema disciplinare italiano, confrontato con gli altri eserciti europei.

Quando si parla dell’esercito italiano nella Prima guerra mondiale ritorna spesso un’immagine precisa: soldati mandati al massacro da generali incapaci e tenuti in trincea soltanto dalla paura delle fucilazioni. È un’immagine potente, ma la storia è più complessa. La disciplina nell’esercito italiano fu durissima. Luigi Cadorna concepiva il mantenimento dell’ordine nei reparti secondo criteri che oggi appaiono spietati. In presenza di gravi episodi di insubordinazione, codardia o cedimento della truppa erano previste misure estreme, comprese esecuzioni sommarie. Episodi come quelli della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa sono entrati, non senza ragione, nella memoria più cupa della guerra italiana.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questi fatti nell’intera storia dell’esercito. L’Italia del 1915 non conosceva la psicologia militare nel senso moderno del termine. Un soldato sconvolto dai bombardamenti, quello che gli inglesi avrebbero definito vittima di “shell shock”, poteva essere considerato semplicemente un codardo o un simulatore. La risposta degli eserciti era prima di tutto disciplinare. E soprattutto non si trattava di una peculiarità italiana. Anche gli altri grandi eserciti europei ricorsero a tribunali militari, condanne a morte e fucilazioni. Nell’esercito francese la repressione poteva essere durissima, come dimostrarono anche le conseguenze degli ammutinamenti del 1917.


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La guerra industriale aveva prodotto eserciti di milioni di uomini, mentre la concezione della disciplina apparteneva ancora in larga misura all’Ottocento. Da qui nasce anche un altro mito: quello dei carabinieri sistematicamente appostati dietro le linee con le mitragliatrici pronti a sparare sui fanti che non volevano attaccare. La repressione esistette e talvolta assunse forme feroci, ma ridurre quattro anni di guerra a milioni di uomini costretti a combattere esclusivamente con il terrore significa sostituire la storia con una rappresentazione ideologica.

Non serve assolvere Cadorna né nascondere le pagine più oscure della disciplina militare italiana. Serve contestualizzarle. Quegli uomini combatterono dentro una guerra che aveva trasformato la morte di massa in normalità e nella quale la vita del singolo soldato pesava molto meno di quanto pesi per noi oggi. Il problema, dunque, non è stabilire se l’esercito italiano fu spietato. Lo fu. Il problema è credere che fosse stato l’unico a esserlo.

Marco Cimmino


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