Maria Pasquinelli nacque a Firenze il 16 marzo 1913. Studentessa modello, ottenuto il diploma di maestra elementare si trasferì a Bergamo dove conseguì la laurea in pedagogia. Nel 1940 è in Libia come crocerossina volontaria in supporto all’esercito italiano; stanca però di prestare servizio all’interno di un ospedale militare distante dal fronte cercò di raggiungere la prima linea camuffandosi da soldato. Venne però individuata e rimpatriata.
Si trasferì quindi in Dalmazia dove iniziò ad insegnare in una scuola di Spalato. Nel settembre del 1943 venne catturata dai partigiani slavi e condannata a morte. Molti suoi colleghi ed il suo provveditore erano già stati giustiziati dai titini quando, poco prima del suo turno, venne fortunosamente salvata dalle truppe germaniche accorse città. Si prodigò immediatamente nelle operazioni di esumazione delle salme di oltre cento italiani trucidati e gettati in un una fossa comune fuori Spalato.

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Decise di spostarsi a Trieste e poi a Milano continuando nel suo instancabile lavoro di maestra, amatissima dai suoi alunni, e restando sempre attiva collaboratrice del Comitato Profughi Dalmati. Per questo motivo, nel marzo del 1945, decise di tornare in quelle terre martoriate dall’odio in cerca di prove e testimonianze sulle persecuzioni nei confronti degli italiani; prove che avrebbe voluto depositare presso gli uffici della Repubblica Sociale come aveva già fatto nei mesi precedenti. Finita la guerra scelse coscientemente di restare in Istria.
Il 10 febbraio 1947 è il giorno che consegna la Pasquinelli alla storia. In base ai trattati di pace la città di Pola doveva essere ceduta alla Jugoslavia ed il generale britannico De Winton è intento a passare in rassegna la guarnigione inglese che stava per consegnare le chiavi della città agli slavi. Maria si stacca dalla piccola folla che stava assistendo alla cerimonia, impugna una pistola, e con tre colpi fredda il generale.
Viene condannata a morte. Dopo la lettura della sentenza, nonostante il pressante invito rivoltole dalla Corte, si rifiuta di chiedere la grazia a quelli che lei definisce “gli oppressori della sua terra”. La condanna fu poi commutata in ergastolo che la stessa scontò nelle carceri italiane.
Ottenuta la libertà nel 1964 torna a vivere con la sorella a Bergamo. Per decenni si rifiuta di parlare del suo passato preferendo venire dimenticata. Maria si è spenta nella città orobica il 3 luglio 2013 ad oltre 100 anni.
Ermanno Brussani
