Nel tardo pomeriggio del 2 dicembre 1943, Bari non era che un tranquillo retrovia, o almeno così sembrava a chi, sul molo, aveva già allentato la cintura dopo una giornata di lavoro. Le navi alleate, una quarantina, erano stipate l’una accanto all’altra e quel viavai di marinai, di camion e di casse dava l’impressione di un porto al sicuro, lontano dalla furia della guerra. E bastava salire di quota per scoprire quanto fosse vulnerabile quell’apparente sicurezza. A farlo fu il pilota tedesco Werner Hahnd, che da un Messerschmitt da ricognizione sorvolò e immortalò la città. Le sue fotografie finirono sulla scrivania di Albert Kesselring, il feldmaresciallo che, in Italia, comandava truppe sparpagliate e mezzi insufficienti. Conoscendolo, non dev’essergli sfuggito il dettaglio più importante: tutte quelle navi erano ferme. Immobili. In attesa.
Gli obiettivi ideali erano i campi di aviazione di Foggia, ma la Luftwaffe non aveva più i mezzi per un colpo di quelle dimensioni. E allora il Generalfeldmarschall Wolfram von Richthofen, parente di quel Richthofen che nel ’17 faceva tremare i cieli, avanzò un’idea che, sulla carta, sembrava una scorciatoia: colpire Bari. Una sola notte di fuoco e gli inglesi avrebbero sentito la mancanza dei rifornimenti.

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Alle 19:30 i primi aerei tedeschi sganciavano nell’aria nuvole argentee di stagnola. Gli inglesi le chiamavano “Window”, i tedeschi “Düppel”. Servivano a rendere ciechi i radar, che in verità lo erano già: quello principale, sul tetto del teatro Margherita, era fuori uso da giorni. I caccia britannici erano rientrati da poco, perché d’inverno il crepuscolo non aspetta nessuno; l’artiglieria aveva ordini di sparare solo in caso di attacco conclamato. I tedeschi volavano radenti il mare e fu così che piombarono sul porto, guidati proprio dalle luci che gli alleati si erano scordati di spegnere.
Le prime bombe caddero nel cuore della città, vicino all’Hotel Corona, uccidendo soldati e civili che non avevano fatto in tempo neppure a capire da dove arrivasse il fragore. Poi fu la volta del porto. Le condutture di carburante si aprirono. La Joseph Wheeler venne colpita in pieno. La John Bascom esplose in un lampo che illuminò l’intera darsena. La John L. Motley, carica di cinquemila tonnellate di munizioni, si trasformò in un vulcano. Sessantaquattro uomini scomparvero in quell’istante, inghiottiti da una palla di fuoco che spalancò scafi e strappò via lamiere come fossero carta pesta.
Il vento, inizialmente favorevole alla città, cambiò direzione. Bari venne avvolta da un fumo denso che raschiava la gola e toglieva il fiato. Sul mare, una miscela infernale di petrolio e carburante prese fuoco. Molti marinai, gettatisi in acqua per salvarsi, morirono bruciati o soffocati. Fu allora che esplose la Liberty John Harvey, la nave che trasportava il suo carico segreto: bombe all’iprite. Lo scoppio ne uccise settantasette all’istante, squarciò la fiancata della Testbank e divelse le porte dell’Aroostook, carica di migliaia di barili di carburante per aviazione. Dalle onde si alzarono colonne di fuoco che salivano verso il cielo come alberi di una foresta maledetta. A dodici chilometri di distanza, al quartier generale del generale Harold Alexander, i vetri andarono in frantumi.
La città stessa pagò un prezzo altissimo: civili schiacciati dalle macerie, calpestati dalla folla in fuga, portuali italiani trovati morti o galleggianti nell’acqua nera di carburante e di veleno. Le esplosioni continuarono fino all’alba, mentre i medici correvano da un molo all’altro e il porto sembrava una fornace che non voleva spegnersi. Alla fine, il bilancio fu spaventoso: diciassette navi affondate, otto seriamente danneggiate, centinaia di morti, una città ferita. Il «Washington Post», due settimane dopo, scrisse che gli alleati avevano subìto “la più devastante sorpresa dai tempi di Pearl Harbor”. Parole forti, certo. Ma quella notte, sul mare di Bari, qualcuno giurò che il cielo stesso sembrava essere esploso.
Stefano Poma
