L’Amba Alagi non è una montagna: è un teatro. E come ogni teatro africano, ha visto passare eserciti troppo piccoli per una grande impresa e troppo ambiziosi per la prudenza. Sorge nel Tigrè, lungo la via che univa l’Etiopia all’Eritrea, allora colonia italiana. Una posizione che induceva più tentazioni che riflessioni, e che il generale Giuseppe Arimondi occupò nell’ottobre del 1895, mentre l’Italia cercava di allungare le sue ombre su un continente che non la temeva ancora, ma cominciava a conoscerla. Le avvisaglie del disastro arrivarono un mese dopo, quando il negus Menelik mosse un esercito che non era un esercito, ma una marea. Arimondi spedì sull’Amba una prima compagnia d’indigeni e poi un contingente più robusto agli ordini del maggiore Pietro Toselli. Più di duemila uomini tra italiani, ascari ed irregolari eritrei. Un pugno di soldati che, vedendo le prime colonne etiopi, capì subito ciò che i comandi preferivano ignorare: quella montagna sarebbe stata un rifugio, non una fortezza.

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Il 28 novembre Toselli avvistò i fuochi del grande esercito di ras Mekonnen. Trentamila uomini. Mandò un messaggio ad Arimondi, che lo rimandò a sua volta al comandante Baratieri. E qui cominciarono gli equivoci, che in Africa valgono quanto le pallottole. Toselli ricevette l’ordine di resistere, ma non quello, giunto troppo tardi e smarrito lungo i sentieri, di ripiegare su Macallè. Così il maggiore rimase dov’era, aspettando rinforzi che non sarebbero arrivati. La sera del 6 dicembre dispose le sue linee con cura scrupolosa, quasi sapesse che l’indomani non avrebbe avuto occasione di correggerle. Irregolari e ascari a sinistra, la batteria al centro, altri reparti a destra, tutti appoggiati alla montagna come naufraghi a uno scoglio.
Alle 6:30 del 7 dicembre, gli etiopi attaccarono. La compagnia Canovetti respinse il primo assalto, ma era solo il preludio. Ras Oliè aggirò il fianco sinistro e lo travolse, mentre altri capi etiopi incisero il centro e la destra. Toselli mandò rinforzi dove poteva, ma la superiorità nemica era tale da non lasciare scampo. A mezzogiorno la battaglia era perduta. L’ordine di ritirata arrivò tardi e male e presto la ritirata divenne una fuga. Le masse etiopi dilagarono sulla spianata dell’Amba Alagi e precipitarono sulle truppe italiane, spazzandole via. Toselli, in coda alla colonna con i suoi ufficiali, cadde presso una chiesa. Del suo contingente rimasero poche decine di superstiti. Raggiunsero Adrerà, dove Arimondi, partito troppo tardi e con troppi pochi uomini, poté solo raccoglierli e riportarli verso Macallè. L’Amba Alagi era perduta, ma più ancora lo era l’illusione italiana di poter piegare un impero africano con la leggerezza di un’avventura coloniale.
Stefano Poma
