Se oggi la guerra ci arriva addosso in tempo reale, con immagini tremolanti e voci frenetiche, lo dobbiamo anche a un signore milanese nato quando il cinema ancora non esisteva. Si chiamava Luca Comerio e aveva un difetto imperdonabile: arrivava sempre prima degli altri. Comerio non fu un teorico, né un esteta. Fu un artigiano dell’immagine, un rapitore d’atmosfere, uno di quelli che non aspettano che la Storia passi, ma le corrono incontro. Con una macchina fotografica prima e con una cinepresa poi. Pesanti, ingombranti, capricciose.

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Quando la guerra imparò a farsi filmare
Nato nel 1878, Comerio capì molto presto che il mondo stava cambiando e che bisognava raccontarlo mentre ciò accadeva, nell’immediato, non dopo. Così inventò uno scenario che allora pareva folle e portò il cinema dove nessuno aveva osato portarlo: in guerra. Dopo aver immortalato i moti milanesi del 1898 e le cannonate sulla folla del generale Bava Beccaris, nel 1911 lo troviamo in Libia, durante la guerra coloniale che l’Italia mosse all’Impero Ottomano per annettersi il grande Stato africano bagnato dal Mediterraneo, allora possedimento turco. Mentre i comunicati ufficiali parlavano di imprese gloriose, di Sole africano e di enormi piantagioni dai grandi frutti esotici, lui filmava uomini stanchi, marce interminabili, cannoni piantati nella sabbia. Non giudicava. Mostrava. E tanto bastava.
Durante la Prima guerra mondiale, Luca Comerio fu ovunque. Sul fronte, vicino alle trincee, abbastanza vicino da sentire il rumore della Storia mentre si rompeva le ossa. I suoi filmati non erano cinema nel senso romantico del termine. Erano cronaca, nuda e cruda. Servivano allo Stato per alimentare il consenso popolare e indorare la pillola. Ma dentro quelle immagini c’era qualcosa che sfuggiva al controllo: la realtà. E la realtà, si sa, soprattutto in guerra, è cattiva propaganda.
Il pioniere che inventò il reportage
Comerio non fu un ribelle, ma nemmeno un semplice megafono del potere. Fu, più banalmente, un uomo del suo tempo. Credeva nel progresso, nella tecnica, nell’Italia che si affacciava al Novecento con un misto di ingenuità e presunzione. Mussolini, più tardi, capì l’importanza delle immagini meglio di chiunque altro. Ma quando nacque l’Istituto Luce, Comerio era già stato superato. Dai mezzi, dall’organizzazione e dalla politica. E, come spesso accade ai pionieri, questi aprono la strada e poi vengono dimenticati.
Di Luca Comerio restano spezzoni, fotografie, bobine impolverate e molto spesso rovinate. Ma resta soprattutto un’idea, che la Storia non si racconta solo con i libri, ma anche con l’immediatezza delle immagini che regalano la cruda realtà dei grandi eventi. Comerio fu il pioniere del reportage di guerra, del giornalismo visivo moderno. E forse, senza quella sua semplice ma geniale intuizione, non ci saremmo mai abituati a guardare la guerra per quello che è: una faccenda sporca, rumorosa e molto poco eroica. Comerio non cercò la gloria. Cercò l’inquadratura giusta. E, senza saperlo, inventò un mestiere. Per questo è famoso e per questo è poco conosciuto.
Stefano Poma
