Quando, nelle prime ore del 24 agosto 1814, un vento caldo soffiava lungo il fiume Potomac, nessuno tra gli abitanti di Washington poteva immaginare che quella brezza estiva avrebbe alimentato uno degli episodi più disastrosi della storia degli Stati Uniti: l’incendio della loro capitale per mano di un esercito straniero. Oggi lo ricordiamo come il grande incendio di Washington, un momento in cui la giovane repubblica americana scoprì quanto fosse fragile il suo prestigio internazionale e quanto potesse essere vulnerabile un Paese che si era appena affacciato sulla scena del mondo. All’inizio dell’Ottocento, gli Stati Uniti sono una potenza in crescita, sì, ma ancora lontani dall’essere quella macchina militare e diplomatica che diventeranno nel secolo successivo. Sono un Paese giovane, sicuro della propria missione, ma impreparato a difendersi sui due fronti della politica e della guerra. Il contrasto con il Regno Unito, sfociato nel 1812 nella guerra che gli americani chiamano, appunto, “War of 1812”, nasce da questioni commerciali, dalla difesa del diritto di navigazione ma soprattutto da quell’orgoglio nazionale che le nuove nazioni sentono profondamente.

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Gli inglesi, impegnati da anni nelle guerre napoleoniche, all’inizio badano poco ai proclami americani. Ma quando Napoleone cade, Londra può finalmente rivolgere l’attenzione all’altra parte dell’Atlantico. E non ha intenzione di andarci alla leggera. Quella che gli americani si trovano di fronte non è un’enorme armata, ma una forza d’élite: veterani che hanno combattuto contro Napoleone e sostenuti da una marina potente e flessibile. Il 24 agosto si arriva allo scontro decisivo: la battaglia di Bladensburg. E qui, come racconterebbe un professore di storia militare sorridendo amaramente, “gli americani ci mettono del loro”. È una disfatta completa: milizie male addestrate, disorganizzazione, ordini confusi. Di fronte alla disciplina degli inglesi, l’esercito statunitense si sfascia e Washington resta indifesa e gli inglesi ci entrano nel pomeriggio stesso. È un momento di incredibile tensione simbolica. Non vogliono distruggere la città, non c’è una logica strategica nel raderla al suolo, ma intendono dare una lezione esemplare. E allora mirano ai luoghi del potere: il Campidoglio, la Biblioteca del Congresso, la Casa Bianca.
La scena che segue è una delle più iconiche della storia americana. La Casa Bianca, vuota, con la tavola ancora imbandita per il presidente e i suoi ospiti, diventa il bersaglio della vendetta britannica. Le fiamme avvolgono il palazzo, illuminano la notte estiva e per ore Washington brucia mentre la popolazione fugge nei boschi circostanti. È un incendio che non distrugge solo edifici: diventa una ferita psicologica. Una prova, dolorosissima, che la nuova nazione non è affatto invulnerabile. Poi, come spesso accade nella storia interviene un attore a cui nessuno aveva pensato: il meteo. Una tempesta violentissima si abbatte su Washington, spegnendo le fiamme prima che l’intera città venga distrutta. Gli americani la interpreteranno come un intervento divino: il “tempest storm”, come lo chiamano le cronache, diventa parte integrante del mito nazionale. E gli inglesi, con il loro obiettivo raggiunto, si ritirano poco dopo.
Mario Schietto
