Il regime fascista negli anni Trenta cercò di trasformare gli italiani intervenendo su lavoro, educazione, tempo libero e comportamenti quotidiani, attraverso partito, organizzazioni di massa e propaganda, nel tentativo di costruire una società nuova.
Negli anni Trenta il regime fascista ritenne di aver completato la fase della conquista del potere e di poter passare a un obiettivo più ambizioso e, nelle intenzioni, definitivo: plasmare la società italiana. Non bastava più governare lo Stato, controllare le istituzioni o reprimere il dissenso. Il fascismo voleva entrare nella vita quotidiana degli italiani, orientarne i comportamenti, modellarne le coscienze, accompagnarli dall’infanzia all’età adulta. In una parola, voleva “fare gli italiani fascisti”. Il fulcro di questo progetto rimase il Partito Nazionale Fascista, che negli anni Trenta cessò definitivamente di essere un partito politico in senso tradizionale per trasformarsi in un apparato onnipresente. Il PNF divenne un vero e proprio snodo obbligato della vita civile. L’iscrizione era formalmente necessaria per i dipendenti pubblici, ma nella pratica risultava indispensabile anche per chi cercava lavoro nel settore privato o aspirava a una promozione. Non a caso la tessera del partito venne presto ribattezzata, con amara ironia, “tessera del pane”. Senza di essa, l’accesso a molte opportunità risultava difficoltoso, se non impossibile.
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Il partito offriva anche una possibilità di carriera interna, alimentando un vasto apparato burocratico che garantiva stipendi, ruoli e riconoscimenti. In questo modo il regime riuscì a legare a sé una parte significativa della popolazione non tanto per convinzione ideologica, quanto per interesse, conformismo e necessità. La fedeltà al fascismo, nella maggioranza dei casi, fu più pratica che ideale. Il tentativo di costruire una nuova società, tuttavia, si concentrò soprattutto sulle nuove generazioni. Bambini e ragazzi vennero inquadrati sistematicamente nelle organizzazioni giovanili, riunite dal 1937 nella Gioventù Italiana del Littorio. Qui il regime interveniva su ogni aspetto della crescita: educazione morale, attività sportiva, disciplina militare, propaganda politica. L’obiettivo era quello di abituare fin dall’infanzia all’obbedienza, al culto del capo, alla retorica della forza e della guerra. La scuola, il tempo libero e persino il gioco venivano così caricati di significati politici.
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Gli studenti universitari, esclusi dalla GIL, trovavano invece spazio nei Gruppi Universitari Fascisti, concepiti come fucine della futura classe dirigente del regime. Nonostante il rigido controllo ideologico, proprio all’interno dei GUF si svilupparono talvolta esperienze culturali più complesse e meno allineate, a dimostrazione delle contraddizioni di un sistema che ambiva al totalitarismo ma non riusciva a eliminare del tutto il pluralismo delle idee. Uno degli strumenti più efficaci del controllo sociale fu l’Opera Nazionale Dopolavoro, che interveniva direttamente nel tempo libero dei lavoratori. Attraverso gare sportive, gite, spettacoli teatrali e iniziative ricreative, il regime cercava di presentarsi come una presenza costante e benevola, capace di accompagnare l’individuo anche nei momenti di svago. Il messaggio era chiaro: il fascismo non governava soltanto il lavoro, ma anche il riposo. Proprio per il carattere concreto dei servizi offerti, il Dopolavoro fu una delle poche strutture a ottenere un consenso relativamente autentico, soprattutto in un Paese ancora segnato da povertà e forti disuguaglianze.
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Nonostante l’ampiezza degli strumenti messi in campo, la fascistizzazione della società italiana rimase incompleta. Il consenso non fu immediato né uniforme. Raggiunse il suo punto più alto con la guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, ma iniziò a incrinarsi già alla fine del decennio. Molti italiani partecipavano alle organizzazioni fasciste per opportunismo, per timore o per semplice adattamento, senza una reale adesione ideologica. Le continue ingerenze del regime nella vita quotidiana, così come l’enfasi retorica e talvolta caricaturale di una parte della classe dirigente, contribuirono a creare distacco e disincanto. A tutto questo si aggiunsero fattori decisivi: il peggioramento delle condizioni di vita legato all’autarchia, l’alleanza con la Germania nazista, la politica estera sempre più aggressiva e, sul finire degli anni Trenta, l’introduzione delle leggi razziali. Scelte che minarono ulteriormente la credibilità del progetto mussoliniano e allontanarono una parte dell’opinione pubblica dal regime.
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Alla vigilia della Seconda guerra mondiale il fascismo aveva occupato ogni spazio pubblico, costruito una fitta rete di organizzazioni e imposto la propria presenza in quasi tutti gli ambiti della vita sociale. Ma non era riuscito a creare quella “nuova civiltà fascista” che aveva promesso. Il regime controllava, inquadrava, sorvegliava, ma non aveva conquistato davvero le coscienze. Questo limite emerse con brutalità durante il conflitto, quando l’apparato costruito negli anni Trenta si rivelò incapace di sostenere lo sforzo bellico e di garantire una lealtà profonda e duratura. Il fallimento del progetto di fascistizzazione della società italiana era ormai evidente, e con esso le fragili fondamenta su cui poggiava l’intero sistema.
Michele Migliaccio
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