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Gli scemi di rete: quando i social danno una cattedra a tutti

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di Marco Cimmino

I social hanno dato voce a tutti, ma hanno anche cancellato il confine tra opinione e competenza. Lo scemo del villaggio non è scomparso: ha semplicemente trovato una tastiera, un pubblico e la certezza che la sua opinione valga quanto quella di chi studia.

C’è sempre stato lo scemo del villaggio. La differenza è che una volta parlava al bar, gli altri lo ascoltavano per qualche minuto e poi tornavano a giocare a carte. Oggi ha una connessione internet, un profilo Facebook e soprattutto un pubblico potenzialmente sterminato. È nato così lo scemo di rete. Il problema non è che tutti possano parlare. Questa, semmai, è una delle grandi conquiste della rete. Il problema nasce quando dalla libertà di parola si passa alla convinzione che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore. Non è così. Tutti hanno il diritto di esprimersi, ma non tutte le opinioni sono ugualmente fondate.

Se si discute di un argomento specialistico, chi lo studia da trent’anni possiede inevitabilmente strumenti che chi lo ha scoperto ieri non possiede. Sembra un’ovvietà. Sui social, invece, rischia di diventare quasi un’affermazione sovversiva. La rete ha infatti realizzato una curiosa forma di uguaglianza: ha eliminato visivamente le gerarchie della competenza. Sullo schermo il commento dello studioso occupa esattamente lo stesso spazio di quello di chi non ha mai aperto un libro sull’argomento. Dieci righe sono dieci righe per entrambi. E così qualcuno finisce per convincersi che dieci minuti su Google possano equivalere a vent’anni trascorsi negli archivi.


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Non sarebbe nemmeno un grande problema se tutto si fermasse qui. Il guaio è che spesso all’ignoranza si accompagna una sicurezza granitica. Chi conosce bene una materia generalmente ne conosce anche la complessità, i dubbi, le interpretazioni contrastanti. Chi non la conosce può invece avere una risposta semplicissima a qualsiasi domanda. E naturalmente considera sospetto chi prova a spiegargli che la realtà è un po’ più complicata. Da qui nasce una parte considerevole delle risse quotidiane sui social. Non si discute più per capire qualcosa, ma per vincere. Non si confuta un ragionamento: si attribuisce un’etichetta a chi lo ha formulato.

Fascista, comunista, ignorante, venduto, servo. Una parola risolve il problema e soprattutto evita la fatica di leggere. Internet ha democratizzato l’accesso alla conoscenza, ed è stato un progresso straordinario. Ma ha democratizzato anche la possibilità di esibire pubblicamente la propria ignoranza. E questa seconda rivoluzione è stata forse sottovalutata. Il vecchio scemo del villaggio aveva almeno un limite geografico. Quello di rete no. Può entrare nelle nostre case a qualsiasi ora, pontificare su qualsiasi argomento e pretendere perfino di impartire lezioni. La tecnologia gli ha dato una cattedra. Peccato che si sia dimenticata di chiedergli se avesse qualcosa da insegnare.

Marco Cimmino


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