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Gerico, le mura della Bibbia sono crollate davvero?

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di Andrea Coscetti

Le mura di Gerico crollarono davvero come racconta la Bibbia? Gli scavi archeologici hanno restituito fortificazioni distrutte, giare colme di grano e indizi sorprendenti. Un viaggio tra archeologia, storia e racconto biblico.

Gerico è uno di quei luoghi nei quali la Bibbia abbandona, almeno apparentemente, il terreno della storia per entrare in quello del miracolo. Il Libro di Giosuè racconta che gli Israeliti, dopo aver marciato per sette giorni intorno alla città, videro le sue mura crollare al suono delle trombe e al grido del popolo. Una storia celebre. Ma quanto c’è di storicamente verificabile? Gerico è stata oggetto di campagne archeologiche fin dall’Ottocento. Gli scavi più importanti furono quelli condotti da John Garstang negli anni Trenta e da Kathleen Kenyon negli anni Cinquanta. Sotto la collina di Tell es-Sultan sono emersi numerosi livelli di occupazione e, soprattutto, i resti delle fortificazioni dell’antica città.

Uno degli elementi più suggestivi riguarda proprio le mura: una parte della struttura in mattoni risulta crollata verso l’esterno, accumulandosi alla base del terrapieno. Una circostanza che richiama inevitabilmente il racconto di Giosuè, secondo il quale, dopo il crollo, gli Israeliti avanzarono «ciascuno diritto davanti a sé». Ma non è l’unica coincidenza sottolineata da chi sostiene la storicità del racconto. Negli scavi furono rinvenute anche giare contenenti grandi quantità di grano. Un particolare curioso per una città conquistata: normalmente le derrate alimentari rappresentavano uno dei bottini più preziosi.


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Nel racconto biblico, invece, agli Israeliti viene espressamente proibito di impossessarsi dei beni di Gerico. La presenza del grano suggerirebbe inoltre che la distruzione sia avvenuta poco dopo il raccolto, dunque in primavera, periodo che coincide con la cronologia narrata nel Libro di Giosuè. Resta però aperto il problema decisivo: la datazione. Garstang collocò la distruzione intorno al 1400 a.C., una cronologia compatibile con quella ricavata dal testo biblico. Kathleen Kenyon la anticipò invece intorno al 1550 a.C., soprattutto sulla base dell’assenza, nello strato della distruzione, di una particolare ceramica cipriota diffusa successivamente.

Decenni dopo l’archeologo Bryant Wood contestò questa conclusione, sostenendo che la ceramica locale rinvenuta fosse invece compatibile con una data più tarda, vicina al 1400 a.C. È qui che Gerico diventa qualcosa di più di un semplice sito archeologico. Non abbiamo una prova capace di chiudere definitivamente la questione, ma abbiamo un confronto affascinante fra un testo tramandato per millenni e ciò che la terra ha restituito: mura crollate, una città distrutta, scorte di grano rimaste sul posto e una lunga controversia sulla loro datazione. La domanda, dunque, rimane aperta: quanto del racconto di Giosuè appartiene alla fede e quanto, invece, alla storia?

Andrea Coscetti


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