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Dall’8 settembre al 13 ottobre: il mese più ambiguo dell’Italia in guerra

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di Marco Cimmino

Dall’8 settembre al 13 ottobre 1943 trascorsero trentacinque giorni di caos e ambiguità. L’Italia aveva firmato l’armistizio, ma non era ancora in guerra con la Germania. Nel mezzo, migliaia di soldati italiani furono lasciati davanti a delle scelte drammatiche.

L’8 settembre 1943 è una delle date più raccontate della storia italiana. L’armistizio, la fuga del re, lo sbandamento dell’esercito, i tedeschi che occupano rapidamente gran parte della penisola. Ma c’è un particolare che spesso rimane sullo sfondo: quando Badoglio annunciò l’armistizio con gli Alleati, l’Italia non dichiarò guerra alla Germania. Quella dichiarazione sarebbe arrivata soltanto il 13 ottobre. Più di un mese dopo. In mezzo ci sono trentacinque giorni fra i più confusi e drammatici della nostra storia militare.

L’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre. La sera dell’8 settembre Badoglio annunciò alla radio che il governo italiano aveva chiesto e ottenuto un armistizio. Il comunicato conteneva però una frase destinata a pesare enormemente sugli avvenimenti successivi: le forze italiane avrebbero cessato «ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane», ma avrebbero reagito «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Quell’“altra provenienza” non poteva che significare, nella situazione di quei giorni, la Germania. Ed è qui che comincia il paradosso. I soldati italiani potevano trovarsi nella condizione di dover combattere contro un esercito appartenente a un Paese al quale l’Italia non aveva ancora formalmente dichiarato guerra. Per i reparti dislocati fuori dalla penisola la situazione diventò ancora più tragica.


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Nei Balcani, in Grecia e nelle isole dell’Egeo, centinaia di migliaia di uomini dovettero decidere cosa fare mentre lo Stato che li aveva mandati laggiù sembrava incapace di fornire indicazioni sufficientemente chiare. Arrendersi ai tedeschi? Consegnare le armi? Resistere? E, in quest’ultimo caso, sulla base di quale precisa situazione giuridica e militare? Non erano domande accademiche. Dalle risposte dipendeva la vita degli uomini. I tedeschi, del resto, non furono colti completamente di sorpresa. Da tempo diffidavano dell’alleato italiano e avevano predisposto le misure necessarie per reagire a un’eventuale uscita dell’Italia dalla guerra al loro fianco. Quando l’armistizio fu reso pubblico, la macchina militare tedesca si mise in moto rapidamente. Il vero problema dell’8 settembre, allora, non consiste soltanto nell’armistizio. Un Paese sconfitto può essere costretto a chiedere la cessazione delle ostilità. Il problema è come quella decisione venne gestita e soprattutto quali conseguenze ebbe su chi indossava una divisa italiana.

Mentre i vertici dello Stato lasciavano Roma, migliaia di ufficiali e soldati si ritrovarono a dover interpretare ordini, valutare rapporti di forza e prendere decisioni che avrebbero dovuto spettare alla catena di comando. Da questa zona grigia nacquero tragedie diverse: reparti disarmati e deportati, unità dissolte, uomini che tornarono a casa, altri che combatterono contro i tedeschi. E poi Cefalonia, destinata a diventare uno dei simboli più controversi e dolorosi di quei giorni. Il 13 ottobre il Regno d’Italia dichiarò infine guerra alla Germania. La situazione divenne formalmente diversa. Ma erano trascorsi trentacinque giorni. Per migliaia di soldati italiani erano stati sufficienti a decidere tutto.

Marco Cimmino


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